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“Il paese delle noci”, il nuovo romanzo di Armando De Martino che racconta Pianura

Ci sono romanzi che non si limitano a raccontare una storia, ma scelgono di attraversarla come si farebbe con un territorio ferito, rivoltando le zolle della memoria per portare alla luce segreti che il tempo e l’omertà speravano di aver sepolto. Il paese delle noci (Guida Editori, 2026), l’intenso e sorprendente ritorno narrativo di Armando De Martino, appartiene di diritto a questa rara categoria di opere civili, capaci di unire la precisione dell’indagine storica a una straordinaria potenza metaforica. Con una prefazione firmata da Gianni Pittella, il libro si presenta come un noir storico e rurale, ma si rivela fin dalle prime pagine un lavoro di bruciante attualità, in cui la narrazione si apre con un evento epico e drammatico: nel gennaio del 1901, un diluvio implacabile travolge un borgo dell’area flegrea (Pianura).

Piazza Olmo viene sommersa da un fiume di acqua e fango che scende dal monte senza freni, isolando la comunità e bloccandobraccianti nelle campagne, ma quel fango non seppellisce soltanto case e stalle; come nota Pittella, esso agisce da reagente narrativo, scoperchiando soprusi sedimentati, speculazioni arcaiche e complicità silenziose. Al centro di questo microcosmo sommerso si muove il Comandante Emanuele Navarro, un carabiniere di origini napoletano-spagnole arrivato a dirigere la nuova stazione locale, uno straniero in quella terra, un “forestiero” e proprio per questo l’unico capace di guardarla senza filtri o preconcetti, affiancato presto dal brigadiere Arturo Scognamiglio, un uomo segnato dalla fame del passato che porta nella divisa la propria profonda umanità.

L’indagine – nata quasi per caso a seguito della misteriosa sparizione di un cittadino e legata al tragico destino della giovane Rachele – si trasforma presto in una discesa nei gironi di un sistema di potere feroce, governato dall’avidità del sindaco Cadeo, dall’ombra di contratti falsificati e da una fitta rete di omertà contadina. Il vero colpo d’ala della collaudata penna di De Martino risiede nella sua capacità di far dialogare il passato con il presente, poiché quello che inizialmente sembra il classico scontro agrario di inizio Novecento tra padroni dalle scarpe lucide e coloni curvi sulla terra si tinge di venature profondamente ecologiche e sociali. In controluce, dietro le carte d’archivio della “Regia Sommaria” e i terreni sottratti ai contadini analfabeti con l’inganno, si intravedono i veleni contemporanei della Terra dei Fuochi, con quel “veleno” di cui parla Navarro che non è solo metaforico, ma rappresenta una contaminazione reale che si insinua nelle radici degli alberi di noci, nell’acqua e nel ventre delle donne, trasformando il delitto contro il territorio nel più imperdonabile dei crimini, una condanna preventiva per le generazioni a venire.

La galleria di personaggi che popola il romanzo è memorabile e scolpita nel tufo, a partire dalla figura di Mariella, la levatrice comunale: una donna fiera, spavalda, che cammina sopra i pettegolezzi del paese sulle sue scarpe col tacco fatte su misura, unica capace di sfidare l’autorità morale e politica dei padroni per difendere la vita nascente, affiancata dal marito Ciro, un gigante buono e possente che incarna la forza ancestrale e protettiva della comunità, fino a Don Giuliano, un sacerdote sui generis che preferisce camminare solo tra le campagne piuttosto che indulgere nei salotti della politica locale, consapevole che la paura ha il potere di pietrificare le coscienze come statue di sale. Nella sua nota finale, l’autore confessa una storica diffidenza verso la struttura del romanzo, avendo sempre preferito in passato il passo breve della cronaca e del dettaglio, eppure accogliendo la sfida del genere noir De Martino dimostra una maturità espressiva eccezionale e trova una lingua straordinaria, densa, viscerale, ricca di contrasti cromatici e olfattivi dove l’odore forte dello zolfo e del panno bagnato si mescola al profumo fresco delle foglie di noce. La sua scrittura rinuncia alle linee rette della trama prevedibile per assecondare le correnti di un fiume narrativo sempre più teso, dove i personaggi hanno la libertà di contraddirsi e di restare profondamente umani nel bel mezzo di un’indagine che scuote le fondamenta stesse del paese. Il paese delle noci non è un libro consolatorio, né un esercizio di sterile nostalgia rurale, ma un noir necessario che interroga direttamente il lettore, chiedendogli da che parte schierarsi di fronte alle ferite storiche e ambientali del proprio territorio.

Armando De Martino ci regala un’opera potente, un romanzo che pulsa come un animale vivo sotto la pelle del presente e ci ricorda che la verità, proprio come la terra, può essere soffocata e calpestata a lungo, ma possiede una forza intrinseca che prima o poi costringe tutti a fare i conti con la propria coscienza.

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Redazione
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