Tu sei qui
Home > Campania > IL VALORE DI UNA FOTO

IL VALORE DI UNA FOTO

Per quanto mi riguarda la foto di copertina e quelle corredate al post possono ritenersi foto storiche. Non lo sono certamente né per i protagonisti, in particolare quello maschile alias il sottoscritto; né per il luogo dove furono scattate, Stadio San Paolo; né per l’evento cui stavamo partecipando, San Paolo Sport Day. Lo sono per la data in cui furono scattate, 2 febbraio 2020.

Già da qualche mese si parlava dell’epidemia di covid scoppiata in Cina – precisamente nella città di Wuhan dove il virus sarebbe “fuggito” da un laboratorio chimico in cui lo si sarebbe creato artificialmente -, e delle vittime che stava mietendo. In televisione e sui giornali venivano trasmesse immagini e pubblicate foto di persone che cadevano per strada mentre camminavano nella città cinese.

I cosiddetti esperti, o presunti tali, intervistati sui rischi reali che il nostro paese correva per il virus non avevano dubbi nell’affermare che il covid in Italia non sarebbe mai arrivato. Invece, come si scoprì poi, molto probabilmente il virus in Italia circolava già da settembre 2019. Lo confermerebbero i tanti casi di polmoniti che quell’autunno/inverno si registrarono in Italia e che vennero attribuiti alla classica influenza stagionale.

Poco meno di tre settimane dopo la San Paolo Sport Day, il 20 febbraio, nell’ospedale di Codogno, in provincia di Lodi, si registrò il primo caso di covid in Italia.

Tre giorni dopo, il 23 febbraio, si sarebbe corsa la mezza maratona di Napoli, l’evento sportivo più partecipato del sud Italia. In via precauzionale gli organizzatori vietarono la partecipazioni agli atleti provenienti da Lodi e zone limitrofe.

Quel gesto, da molti giudicato eccessivo seppure comprensibile, anticipò di poco il lockdown decretato dal governo Conte che dal 9 marzo 2020 al 19 maggio 2020 segregò gli italiani in casa.

Chi ha vissuto quelle drammatiche giornate ricorderà sicuramente che si poteva scendere di casa solo se per assoluta necessità e da soli – portare i cani a fare la pipì, fare la spesa, acquistare il giornale, andare in farmacia -, sempre mantenendo la distanza di sicurezza e con le mascherine sulla bocca. I luoghi di ritrovo come cinema e teatri vennero chiusi e alcuni di loro non hanno più riaperto. Ma soprattutto, se ci si doveva spostare da un comune a un altro bisognava scaricare l’autocertificazione, che cambiava periodicamente le regole degli spostamenti su indicazioni del comitato medico/scientifico, mandandoti letteralmente al manicomio.

Per noi runner quello fu un periodo di pura follia. Non potendo correre –  se lo avessimo fatto rischiavamo l’arresto quali potenziali untori  – in tanti ci creammo delle alternative pur di tenerci in forma. Ricordo che un amico prese a correre sul terrazzo di casa, andando avanti e indietro come un ossesso nemmeno fosse un lupo in gabbia. Un altro, nella speranza che a ottobre avrebbe partecipato alla maratona di New York che fu poi rinviata, si studiò dei percorsi alternativi che mai avrebbe compiuto in una condizione di normalità. Anche in quel caso spesso dovette correre più del solito per sfuggire alle pantere della polizia o alle gazzelle dei carabinieri che lo inseguivano tra vicoli e vicoletti come se fosse il peggiore dei criminali.

Per quanto mi riguarda ricordo che agli inizi del lockdown scendevo di casa che era ancora buoi pesto per correre lungo il perimetro della palazzina in cui tuttora abito: circa 120 metri che ripetevo una cinquantina di volte per macinare chilometri. Desistetti dal farlo quando mi accorsi che qualcuno mi spiava da dietro alla finestra. Per non rischiare di essere a mia volta denunciato quale potenziale untore non mi restò che barricarmi in casa e affidarmi alla cyclette lasciata in eredità dalla buon’anima di mio suocero.

In circa due mesi il contachilometri della cyclette compì tanti di quei giri mai visti da quando era stata acquistata trent’anni prima. Dopo quel tour de force, la cyclette fu data al robivecchi perché non funzionava più: a furia di pedalare l’avevo sfondata!

Quelle giornate del lockdown furono caratterizzate dallo smartworking, il lavoro da casa, e dagli incontri in chat con gli amici per sentirsi meno soli. In quei giorni scrissi tanto. Fu così che nacque UN UOMO BUONO – MIO PADRE MALATO DI ALZHEIMER e successivamente DELITTO AL TEMPIO DI SERAPIDE che all’epoca era un racconto di poche cartelle scritto per gioco.

Quello fu anche l’unico periodo da disoccupato – l’azienda in cui avevo lavorato per oltre 32 anni chiuse i battenti in estate per una cattiva gestione della nuova proprietà e io fui licenziato il 31 maggio giorno del mio 54° compleanno – in cui la mia condizione di senza lavoro non mi pesò affatto in quanto, per legge, non potevo muovermi di casa per cercare una nuova occupazione e quindi mi sentivo con la coscienza a posto.

Durante il lockdown sui balconi e sulle finestre delle case apparvero bandiere arcobaleno, lenzuola e cartelli con su scritto CE LA FAREMO.  Un messaggio di speranza più che una certezza. Ma, si sa, la speranza è l’ultima a morire. Anche se, come si dice a Napoli, chi e speranza campe disperato muore.

Fu quello il periodo in cui in TV non c’era programma dove non comparissero esperti che dicevano la loro sul covid, dando indicazioni su come ci si doveva comportare per fronteggiare il contagio. Il problema fu che quasi sempre questi signori erano in disaccordo tra di loro, dicendo l’uno l’esatto contrario dell’altro. Tale bailamme di opinioni mandò talmente in tilt le persone che, a un certo punto, come d’incanto e, soprattutto, come funghi sorsero gli esperti fai da te: l’opinione che “mamma informata” rilasciava dal suo spazio social valeva quanto o più di quella di uno scienziato. Artisti famosi di vario genere svisceravano le proprie considerazioni pseudoscientifiche quasi come se nella loro vita, anziché cantare o recitare, avessero fatto i virologi o gli infettivologi. Ci fu addirittura chi, Barbara D’Urso, consapevole di quanta importanza avesse per gli italiano chi facesse televisione, durante un programma pomeridiano insegnò a lavarsi le mani!

In quello scenario apocalittico fecero la loro comparsa i no-vax che, più per convinzione ideologica che non per conoscenze scientifiche, ritenevano che vaccinarsi contro il covid equivalesse a un suicidio di massa. Con il senno di poi, oggi mi sento di poter affermare che non avessero tutti i torti visto i danni accertati prodotti dai vaccini, in particolare dagli AstraZeneca cui si attribuiscono tanti casi di trombosi.

Così come ogni cosa, come una medaglia, ha il suo contrario, anche quel periodo drammatico ebbe il suo risvolto positivo. Non potendo le persone uscire di casa se non con il contagocce, bloccandosi le attività aziendali, accadde che la natura si riappropriò dei propri spazi. Emblematico fu il caso del fiume Sarno, il fiume più inquinato d’Europa, che in quei giorni riacquistò l’originaria limpidezza, a conferma che al mondo nulla fa più danni dell’uomo, facendo sorgere in molti il dubbio che la Natura, attraverso il covid, si stesse difendendo dall’uomo.

Quando si ritornò finalmente, seppure lentamente, alla normalità, molti runner, sottoscritto incluso, persero il gusto di allenarsi e di gareggiare. Era come se dentro di noi, durante quei mesi di segregazione forzata, si fosse spezzato qualcosa. Seppure continuassimo a correre, la voglia di allenarsi seriamente non c’era più. Chissà, magari in maniera inconscia ci sentivamo dei sopravvissuti e quindi, per rispetto verso chi non aveva avuto la nostra stessa fortuna, non ci sembrava giusto che continuassimo a divertirci come un tempo.  

Ecco perché queste foto sono storiche, esse racchiudono tutto ciò. Quando furono scattate la mia amica Teresa e io mai avremmo immaginato che da lì a qualche settimana l’umanità avrebbe vissuto uno dei momenti più drammatici della sua storia moderna. La nostra gioia immortalata dall’obbiettivo fotografico mentre ci apprestiamo a tagliare il traguardo è quella di chi volesse dire: morte t’ho fottuto anche questa volta!     

Avatar photo
Vincenzo Giarritiello
Nato a Napoli, ma da oltre vent’anni residente a Pozzuoli, Vincenzo Giarritiello alterna all’attività di scrittore quella di giornalista per passione. Nel 1997 ha pubblicato “L’ultima notte e altri racconti” e nel 1999 “La scelta”. Nel 2017 ha ristampato “La scelta” e nel 2018 ha pubblicato il romanzo breve “Signature rerum” ambientato nei Campi Flegrei. Nel 2019 ha stampato “Le mie ragazze rom scrivono” e “Raggiolo uno scorsio di paradiso in terra”. Nel 2020 ha editato la raccolta di racconti “L’uomo che realizzava i sogni”. Ha pubblicato con le Edizioni Helicon il romanzo “Il ragazzo che danzò con il mare”. Ha collaborato con le riviste online “Giornalewolf.it” e “Comunicare Senza Frontiere”; con quelle cartacee “Memo”, “Il Bollettino Flegreo”, “Napoli Più”, “La Torre”. Fino al 2008 ha coordinato laboratori di scrittura creativa per ragazzi a Pozzuoli e all’Istituto Penitenziario Minorile di Nisida. Attualmente collabora con l’associazione culturale Lux in Fabula con cui ha ideato la manifestazione “Quattro chiacchiere con l’autore”. Nel 2005 ha attivato il blog “La Voce di Kayfa” e nel 2017 “La Voce di Kayfa 2.0”. Dal 2019 è attivo il suo sito www.vincenzogiarritiello.it
http://www.vincenzogiarritiello.it

Articoli Simili

Lascia un commento

Top Menu
Translate »
error: Il contenuto del sito è protetto