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“A NAPOLI PIOVE ASCIUTTO”, L’IRONICO ROMANZO DI STEFANO MIELE

A chiunque sia piaciuto COSI’ PARLO’ BELLAVISTA di Luciano De Crescenzo difficilmente non potrà apprezzare A NAPOLI PIOVE ASCIUTTO (LUCIANOEDITORE) di Stefano Miele.

Ginecologo in pensione con la passione della narrativa e della poesia, Miele ci regala un romanzo dove tratteggia le varie problematiche di Napoli con l’arguzia e l’ironia tipiche dei napoletani.

Si va dalla crisi dei rifiuti che caratterizzò la giunta Iervolino, a un’analisi dei vari epiteti con cui i napoletani indicano le donne di facili costumi, a elucubrazioni sulla bellezza della città e dei luoghi che la circondano. I dialoghi tra Pasquale e Gennaro detto il filosofo ricordano quelli di COSI’ PARLO’ BELLAVISTA tra Bellavista, Salvatore il portiere e Saverio il netturbino.

Dalla prima all’ultima riga la penna di Miele è un fiume di parole che non eccedono mai in proclami e luoghi comuni; un puzzle di frasi colorate che danno vita a un elettrizzante affresco letterario che solo un napoletano verace poteva realizzare.

Con ironica amarezza Miele ci racconta lo sviluppo antropologico, dunque quello sociale, di Napoli, dal dopoguerra a oggi, evidenziando in maniera allegra e divertente come la povertà, che subito dopo la guerra affliggeva un po’ tutta la città senza distinzioni di classe, nel corso degli anni si è sempre più ristretta a una distinta cerchia di popolazione la quale, come se quello status lo avesse ereditato dagli  avi, lo “indossa” con orgoglio e dignità nemmeno fosse un emblema nobiliare di cui andare fieri. Da questa caratteristica prende vita e forma quella filosofia napoletana conosciuta e invidiata in tutto il mondo.

Di fronte alle difficoltà il napoletano vero, anziché avvilirsi, riesce in un modo o in un altro a trovare le soluzioni, quasi sempre non di natura materiale ma filosofica, per giustificare prima di tutto a se stesso il momento difficile che sta vivendo senza fare drammi.

Nella vicenda dell’abito della prima comunione, e degli abiti in generale, che dal primo figlio o figlia passavano in maniera sequenziale al secondo, poi al terzo ed eventualmente agli altri dello stesso genere che sarebbero venuti, adattandolo alle misure di chi lo avrebbe indossato, si ha la conferma di quanto sia importante nella vita essere primi: così come al vincitore di una competizione spettano di diritto gli onori e i vantaggi dovuti al successo, così al primogenito o primogenita di una famiglia di bassa o media estrazione sociale spettava di diritto avere tutto nuovo.

Seppur l’autore racconta con spensieratezza tali episodi, dalle sue parole traspare una punta di amarezza tipica di chi fin da ragazzino si è dovuto rimboccare le maniche e darsi da fare per emergere perché nella vita nessuno ti regala niente.

Trattandosi di un romanzo scritto in prima persona, dove il protagonista racconta di se stesso e della propria famiglia partendo dalla propria infanzia, la narrazione non esula da episodi alquanto pruriginosi: chi, da ragazzino, non ha avuto una cugina quasi sempre di primo grado con cui giocando ha scoperto il sesso e con cui avrebbe voluto convolare a nozze? Chi non ha sentito raccontare episodi di adulterio consumatisi in famiglia? Chi non ha avuto una vicina di casa belloccia la cui presenza alimentava erotiche fantasie inducendo ad atti impuri che mettevano a serio rischio la vista? Ma, prima di tutto, chi non ha avuto un amico “filosofo” con il quale confrontarsi per attingere insegnamenti esistenziali?

Nel suo romanzo Miele ci racconta di una Napoli che, nonostante lo scorrere degli anni, tuttora esiste; una Napoli che non troviamo solo nelle commedie di Eduardo ma anche nelle opere di De Crescenzo, Troisi, Salemme e altri autori contemporanei dalla cui opere si riflette un passato che non muore mai, una Napoli che incontriamo non soltanto nei quartieri storici della città ma anche tra le mura di un moderno rione perché la caratteristica di quella Napoli del passato, da molti denominata napoletanità, è una condizione atavica che si tramanda di generazione in generazione.

In questa categoria di autori che amano raccontare in maniera ironica le problematiche sociali della città, consapevoli che l’ironia è l’unico antidoto con cui l’animo umano può fronteggiare le ingiustizie di cui è oggetto senza soffrire, Stefano Miele vi si inserisce meritatamente a pieno titolo.

A conferma di ciò le Note dell’Editore poste a mò di prologo ed epilogo alla Novena della Malafemmena in cui, come se si recitasse un rosario, si elencano tutti gli epiteti che a Napoli si è soliti affibbiare a una donna di facili costumi.

L’elenco di questi elettrizzanti soprannomi, diciamo così, viene sciorinato allorché il protagonista narra di quando la nonna sorprese in flagrante adulterio il marito con la vicina.

A causa di ciò la nonna si trasferì in casa della figlia che abitava al piano di sopra. Rientrò nella propria casa solo quando il marito si ammalò, ma giusto per portargli da mangiare e andare subito via. Vi ritornò per sempre dopo che un pomeriggio era scesa per vedere lui come stesse. Risalì molto più tardi per riprendere le proprie cose per poi ritornare da lui a testimonianza implicita che, così come il sesso era stato l’elemento disgregante tra il nonno e la nonna, lo stesso sesso si era risolto in elemento di ricongiungimento tra di loro…

Il libro di Miele può essere considerato un atto d’amore verso Napoli in quanto solo chi è veramente innamorato della propria città potrebbe raccontarla in maniera schietta e divertente come fa l’autore, rendendo paradossalmente un pregio i suoi difetti. E’ come se un innamorato, parlando del suo amore, dicesse: tene tanti difetti ma senza e lloro nun fusse niente.

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Vincenzo Giarritiello
Nato a Napoli, ma da oltre vent’anni residente a Pozzuoli, Vincenzo Giarritiello alterna all’attività di scrittore quella di giornalista per passione. Nel 1997 ha pubblicato “L’ultima notte e altri racconti” e nel 1999 “La scelta”. Nel 2017 ha ristampato “La scelta” e nel 2018 ha pubblicato il romanzo breve “Signature rerum” ambientato nei Campi Flegrei. Nel 2019 ha stampato “Le mie ragazze rom scrivono” e “Raggiolo uno scorsio di paradiso in terra”. Nel 2020 ha editato la raccolta di racconti “L’uomo che realizzava i sogni”. Ha pubblicato con le Edizioni Helicon il romanzo “Il ragazzo che danzò con il mare”. Ha collaborato con le riviste online “Giornalewolf.it” e “Comunicare Senza Frontiere”; con quelle cartacee “Memo”, “Il Bollettino Flegreo”, “Napoli Più”, “La Torre”. Fino al 2008 ha coordinato laboratori di scrittura creativa per ragazzi a Pozzuoli e all’Istituto Penitenziario Minorile di Nisida. Attualmente collabora con l’associazione culturale Lux in Fabula con cui ha ideato la manifestazione “Quattro chiacchiere con l’autore”. Nel 2005 ha attivato il blog “La Voce di Kayfa” e nel 2017 “La Voce di Kayfa 2.0”. Dal 2019 è attivo il suo sito www.vincenzogiarritiello.it
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