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Non è vero ma ci credo: il simbolismo alchemico dei Tarocchi

La rubrica che parte oggi avrà scadenza mensile. Essa prende il titolo dalla famosa frase “Non è vero ma ci credo” che comunemente pronunciamo quando ci troviamo al cospetto di episodi insoliti, legati per lo più al mondo del paranormale, dell’occulto, della magia.

Del resto quante cose considerate inesistenti o impossibili da realizzarsi a causa delle limitate conoscenze scientifiche del momento, nel corso dei secoli, si sono poi svelate o realizzate, diventando parte integrante della nostra quotidianità grazie all’approfondimento scientifico e tecnologico. Una su tutte la televisione che ci ricorda, nemmeno tanto vagamente, la palla di vetro in cui i maghi e le streghe vedevano gli eventi che avvenivano in luoghi lontani.

Senza voler andare molto a ritroso nel tempo, basterebbe citare lo scrittore Jules Verne: poco meno di due secoli fa, nelle sue opere letterarie narrò di mondi fantastici e di macchine impossibili che puntualmente sono stati poi scoperti e realizzate a dimostrazione della lungimiranza delle sue idee. Oppure la fisica quantistica che non esclude l’esistenza di realtà parallele alla nostra con cui sarebbe possibile interagire in condizioni particolari.

L’intento di questa rubrica è quello di analizzare periodicamente, per ora a scadenza mensile, uno dei tanti argomenti misteriosi o presunti tali. Parlarne in maniera esaustiva e leggera, cercando di non perdere mai la bussola della razionalità, prendendo come riferimento autori antichi e moderni che ne fanno accenno o ne parlano esplicitamente nelle loro opere.

Il primo argomento che affronteremo in due puntate sono i Tarocchi.

In questo numero lo faremo in chiave alchemica, nel successivo in chiave cabalistica.

IL SIMBOLISMO ALCHEMICO DEI TAROCCHI

Uno degli strumenti più comuni per la divinazione del futuro sono i Tarocchi la cui origine è tuttora sconosciuta. Secondo alcuni essi sarebbero di origine italiana – I Tarocchi Visconti/Sforza -, altri ne attribuirebbero la paternità agli antichi egizi, altri ancora li vorrebbero frutto della fantasia cinese e indiana. C’è poi chi sostiene che essi furono introdotti in Europa dagli zingari. In quest’ultimo caso qualcun altro ritiene che a farlo furono invece i templari i quali ne avrebbero appreso l’esistenza dai saraceni e li utilizzavano come mezzo di comunicazione per scambiarsi i loro segreti attraverso la parvenza ludica.

A prescindere dalla loro origine, fisicamente i Tarocchi sono divisi in due gruppi di carte. Un primo gruppo è composto da 22 carte o lame, gli arcani maggiori, contrassegnate da un numero sequenziale e da una figura che dà il nome a ogni singola carta. Queste ventidue carte sono quelle che genericamente si usano in cartomanzia.

L’altro gruppo è formato da 56 carte a loro volta divise in quattro mazzi di 14 carte, ciascuno contrassegnato da un seme diverso.

Questi quattro semi sono bastoni, coppe, spade, denari delle carte napoletane, cui corrispondono i quattro semi delle carte francesi fiori, cuori, picche e quadri. Anche queste cinquantasei carte vengono utilizzate per la divinazione, ma solo quando si richiede un responso molto più approfondito.

Gli arcani maggiori si susseguono nel seguente ordine: 1 Bagatto; 2 Papessa; 3 Imperatrice; 4 Imperatore; 5 Papa; 6 Innamorato; 7 Carro; 8 Giustizia; 9 Eremita; 10 Ruota della fortuna; 11 Forza; 12 Impiccato; 13 Morte; 14 Temperanza; 15 Diavolo; 16 Torre; 17 Stelle; 18 Luna; 19 Sole; 20 Giudizio; 21 Mondo; 22 Matto.

A loro volta i ventidue arcani maggiori possono essere suddivisi in due sottogruppi di undici carte ciascuno che indicherebbero reciprocamente una delle due Vie alchemiche – la via umida e la via secca – che consentirebbero la trasmutazione del piombo in oro, ovvero la trasformazione dell’uomo comune dallo stato materiale a quello spirituale attraverso una lunga e complessa catarsi interiore frutto di studio e pratica.

Il primo sottogruppo – la via secca – inizia con la lama del bagatto e termina con quella della forza. L’altro – la via umida – principia con la lama del matto e termina con quella dell’impiccato.

Le undici carte che caratterizzano le due vie a loro volta sono suddivise in due miniserie di cinque carte ciascuna unite tra loro da una carta centrale fungente da ponte: le prime cinque indicano il cammino teorico, ovvero lo studio che si deve intraprendere per poi procedere alla realizzazione pratica rappresentata dalle altre cinque.

Nel gruppo di undici carte che indicano la via secca, la carta centrale è quella dell’innamorato, mentre in quelle che della via umida è le stelle.

La via secca va dal bagatto alla forza. Essa è il cammino percorso da quanti cercano si dedicano allo studio della natura e all’interpretazione dei suoi simboli.

Il passo che intercorre dalla teoria alla pratica non avverrebbe automaticamente. Affinché le nozioni acquisite consentano la trasmutazione alchemica, l’individuo dovrà affrontare una prova cui verrebbe sottoposto dai maestri invisibili per valutarne il livello di apprendimento e constatare se fosse effettivamente pronto a varcare la soglia che immette nel tempio della sacralità!

Soltanto superandola egli guaderebbe il fiume, entrando a far parte di quella stretta cerchia di uomini cui è concesso di vivere la realtà Assoluta. Svolgendo sulla terra il gravoso ruolo di mediatore tra la Vita e l’umanità.

La via secca sarebbe dunque la strada che conduce alla conquista della conoscenza sacra simboleggiata nella Bibbia dalla figura di Eva, originariamente parte integrante di quello stesso Adamo dalla cui costola fu creata.

Solo quando l’uomo riuscirà a ricomporre l’unità originaria Adamo/Eva, simboleggiante dall’androgino primordiale, il rebis degli alchimisti, sarà pronto per l’ascesi. E quando questo processo di integrazione inizierà, l’individuo si troverà ad affrontare atroci tormenti derivanti dalle continue << prove >> cui sarà sottoposto per saggiarne l’effettiva volontà di servizio e il grado di apprendimento raggiunto.

Solo quando l’uomo riuscirà a ricomporre l’unità originaria Adamo/Eva, simboleggiante dall’androgino primordiale, il rebis degli alchimisti, sarà pronto per l’ascesi. E quando questo processo di integrazione inizierà, l’individuo si troverà ad affrontare atroci tormenti derivanti dalle continue << prove >> cui sarà sottoposto per saggiarne l’effettiva volontà di servizio e il grado di apprendimento raggiunto.

Stando alle affermazioni trascritte nei loro diari alcuni alchimisti, tra cui il noto Fulcanelli, ci avrebbero impiegato oltre trent’anni, quando avevano ormai perso ogni speranza.

La via umida, il cui cammino si dipana in discesa dal matto all’impiccato, rappresenterebbe invece la strada mediante la quale l’uomo manifesterebbe potenzialità spirituali senza comprenderne la natura. Essa sarebbe la cosiddetta via del misticismo.

I tempi brevi di realizzazione che la caratterizzerebbero rispetto a quella secca la renderebbero, però, anche la più pericolosa perché facilmente chi la intraprende, scoprendosi in possesso di potenzialità spirituali – tipo la veggenza o la taumaturgia -, volendo sfruttarle a proprio beneficio o della massa, seppure fosse spinto da motivazioni filantropiche, se non fosse adeguatamente purificato mediante il processo catartico di cui abbiamo parlato in precedenza, rischierebbe di farsi e fare solo del male in quanto è come se si mettesse dell’acqua pura in un vaso sporco con l’intento di poi berla incontaminata. Il risveglio di queste forze latenti in ogni uomo, se attivate senza possedere le adeguate conoscenze per governarle, lo renderebbero tutto fuorché un santo.

Che la via umida fosse la più pericolosa ce lo indicherebbero la presenza della lama della torre, del diavolo e della morte presenti sul suo cammino. Chiunque la percorresse senza comprendere quanto gli sta accadendo correrebbe il rischio di illudersi di essere assurto al rango divino, o di essere un prescelto. In quest’ultimo caso, sarebbe il caso si domandasse “prescelto da chi?”.

La carta del matto che traccia l’inizio di questa via simboleggia l’uomo che vive con superficialità, ignorando quale dovrebbe essere il proprio ruolo nella vita. Emblematico è il gatto che gli morde il polpaccio che, come il leone, appartiene alla razza dei felini.

Se il leone simboleggia il Fuoco Sacro, ossia lo Spirito Divino, il gatto simboleggia lo spirito prigioniero della materia che, a furia di morderla, la ridesterà dall’inerzia in cui vive, affinché si ponga sulla via della Verità.

I morsi dell’animale esprimono le sofferenze necessarie affinché l’uomo si risvegli dal sonno e inizi a guardarsi intorno per individuare la via d’uscita dal labirinto esistenziale in cui inconsapevolmente procede come un cieco.

Tuttavia, nonostante si faccia un’esplicita distinzione tra la via secca e la via umida, l’una senza l’altra non avrebbero ragione di esistere essendo interconnesse tra loro: nei simboli cinesi dello Yin e dello Yang nel nero compare un puntino bianco e nel bianco uno nero.

Infatti se lo studio è fondamentale affinché l’iniziando non cada vittima del proprio egocentrismo, altrettanto la via mistica è necessaria affinché l’individuo non si perda nell’algido intellettualismo, dimenticando che il creato è frutto di una volontà superiore sconosciuta all’uomo, e che compito dell’uomo consisterebbe nel cooperarvi affinché il senso della creazione si realizzi.

Come si è visto il discorso non ha minimamente sfiorato la questione divinatoria in quanto l’autore ritiene che, volendovisi approcciare, sarebbe giusto farlo per studiarne le singole figure al fine di penetrarne il simbolismo che le caratterizza. Perdersi dietro ad astruse interpretazioni sul passato, presente e futuro sarebbe solo un perdere tempo in quanto quelle condizione che il cartomante “leggerebbe” probabilmente rappresenterebbero lo stato di coscienza che scuote interiormente chi gli si rivolge, instaurandosi tra di loro un legame mentale di trasmissione del pensiero.

La divinazione attraverso le carte o quant’altro, così come qualunque altra forma di medianità, non ci interessa in quanto riteniamo che ogni uomo è artefice del proprio destino attraverso le azioni che compie quotidianamente le quali sono i veri semi della vita di ognuno di noi.                              

Vincenzo Giarritiello
Nato a Napoli, ma da oltre vent’anni residente a Pozzuoli, Vincenzo Giarritiello alterna all’attività di scrittore quella di giornalista per passione. Nel 1997 ha pubblicato “L’ultima notte e altri racconti” e nel 1999 “La scelta”. Nel 2017 ha ristampato “La scelta” e nel 2018 ha pubblicato il romanzo breve “Signature rerum” ambientato nei Campi Flegrei. Nel 2019 ha stampato “Le mie ragazze rom scrivono” e “Raggiolo uno scorsio di paradiso in terra”. Nel 2020 ha editato la raccolta di racconti “L’uomo che realizzava i sogni”. Ha pubblicato con le Edizioni Helicon il romanzo “Il ragazzo che danzò con il mare”. Ha collaborato con le riviste online “Giornalewolf.it” e “Comunicare Senza Frontiere”; con quelle cartacee “Memo”, “Il Bollettino Flegreo”, “Napoli Più”, “La Torre”. Fino al 2008 ha coordinato laboratori di scrittura creativa per ragazzi a Pozzuoli e all’Istituto Penitenziario Minorile di Nisida. Attualmente collabora con l’associazione culturale Lux in Fabula con cui ha ideato la manifestazione “Quattro chiacchiere con l’autore”. Nel 2005 ha attivato il blog “La Voce di Kayfa” e nel 2017 “La Voce di Kayfa 2.0”. Dal 2019 è attivo il suo sito www.vincenzogiarritiello.it
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