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Mestiere antiche e vierze Napulitane | La rinascita della poesia Napoletana

Gli antichi mestieri Napoletani, restano nell’aria così come i ricordi restano nella mente di chi li ha vissuti.

Molte strade di Napoli tuttora, portano i nomi di alcuni tra i mestieri più importanti o comunque più conosciuti dell’antichità, come ad esempio: vico scassacocchi, un vicolo situato tra via dei tribunali e Spaccanapoli, chiamato in questo modo in memoria della bottega che si trovava esattamente in quel punto, e dove vi riparavano i cocchi, le carrozze.

Anche nella poesia, il profumo degli antichi mestieri resta indisturbato, provocando deliziose immagini, che riportano i Napoletani ai tempi passati.

 Doie paparelle ‘e zucchero,

tre o quatto sigarette ‘e ciucculata;

nu perettiello chino d’acqua e ccèvoza,

‘cu dint’ ‘a ficusecca sceruppata.

Poi’le franfellicche: al massimo,

nu trenta franfellicche d’e ogni culore;

cierte so’ chine d’e povere,

cierte se so’ squagliate p’ ‘o calore.

E pure pare incredibile,

io ce sto riflettenno a ‘na semmana):

ncopp’a nu bancariello e a sti tre prùbbeche,

ce campa, spisso, na famiglia sana.

Alfredo Gargiulo, scrisse questa poesia nel 1928 dedicata al franfellicco: bastoncino di zucchero multicolorato,  un gustoso dolcetto che tanto piaceva non solo ai piccoli Napoletani, ma anche ai grandi. Il franfelliccaro, con un carretto e un fornello prima a carbone, poi a gas, creava mediante un impasto cremoso, in cui veniva versato uno sciroppo colorato di zucchero e miele, dei bastoncini che dopo essersi amalgamati attorno a un supporto metallico, tagliava a pezzettini lunghi.

Figura quasi mitologica quella del franfelliccaro, un’artista ambulante della Napoli dell’ottocento, arte la sua, che ha smesso di calcare i palcoscenici della città, nella seconda metà del novecento.

Altra figura scomparsa, o per meglio dire sostituita, dalla lavatrice, è quella della lavannara. La lavandaia andava per le case a lavare i panni sporchi, all’interno del lavaturo, con la cenere e sapone di piazza, ossia un sapone marroncino e molliccio, così che faceva la culata, termine usato spesso dai Napoletani, quando le cose non vanno come dovrebbero “ facesse na culata e ascesse ‘o sole “.  Infatti, capitava che la lavannara facesse la culata, senza avere poi la possibilità di stendere i panni per farli asciugare, poiché il sole spariva.

Pasqualina Nervino,

lavannara per le case,

si ‘a sentite ‘a vicino,

sape addore ‘e panne spase,

canta sempe allera allera,

quanno sbatte ‘o sapone,

sempe in giro matina e sera,

ai comandi del padrone.

Jesce sole e viene âsciuttà,

sbatte e allucca Pasqualina,

l’ammore mi’ me vô vasà,

passa ambresso sta matina.

‘A lavannara: una mia poesia dedicata a questa splendida figura di donna, che adoperava le sue mani instancabilmente al servizio degli altri. Figura storica dei bassi e dei vicoli storici del centro.

Continuando a percorrere le strade del passato, ci imbattiamo nella figura del cabbalista. Costui vendeva i numeri del lotto agli accaniti sostenitori del gioco suddetto, camminando per le strade con un’aria di estrema convinzione, perché diceva, di essere dotato di un carisma divinatorio. Il lotto per i Napoletani, è qualcosa che va oltre la tradizione. Ai numeri del lotto i Napoletani associano delle figure simboliche prese dalla tombola, gioco inventato dai Napoletani nel 1734, a seguito di una disputa tra il re Carlo di Borbone e un frate domenicano. Quest’ultimo era deciso a eliminare il gioco del lotto perché distraeva i fedeli invitandoli ad atteggiamenti pagani, mentre il re d’altro canto, era fermo nel renderlo addirittura legale per tutto il regno. Ebbe la meglio il frate, ma il gioco veniva soppresso soltanto nei periodi delle massime festività cristiane. Tuttavia il popolo non ci stava, ed escogitò un metodo per ripristinare anche per quei giorni, in un’altra forma, il gioco; così nacque la tombola, da: tombolo, strumento di ricamo, poiché i numeri venivano mescolati in un canestrino avente la suddetta forma.

Ecco una simpatica poesia di Salvatore di Giacomo intitolata: ‘A strazzione.

-Cummà ch’è asciuto?

-Nun ‘o ssaccio ancora

-E cor’è?

-Songo ‘e ccinche

-Overamente? Neh comme va ca nun se sape niente?

‘A strazzione avesse cagnata ora?

-Cummà

-Dicite

-Aiere ‘int’ ‘a cuntrora, me sunnaie nu tavuto e tre pezziente.

-Dicite chesto? I’ me sunnaie ccà fora,

ca m’erano cadute tutt’ ‘e diente.

-Stì suonne overo so’ ‘nzipite assaie,

‘e diente, tre pezziente e nu tavuto.

-Faccio buono i’ ca nun me ghioco maie.

-‘A vì lloco, a vì lloco!

                  -Oi nì ch’è asciuto?

-Trentadoie prim’aletto!

-Uh ‘e diente, e po’?

-Nuvanta!

-Uh ‘e pezziente, uh sciorta sciò.

Anche Ferdinando Russo ci propone una simpatica poesia, stavolta proprio sulla figura del cabbalista, spesso visto come un arraffa soldi, che sfrutta la debolezza della gente.

Stavota tengo ‘o cinco e ‘o trentacinco;vìnnete ll’uocchie e ghiòcate ‘o viglietto!So’ ddoie semmane c’ ‘a carenza le cincoe t’ha da rà per fforza ‘o primm’aletto!!

Nce aggio perduto l’anne,lluoglio e ‘o suonno,ma mo’ tengo na regula allicchetta!Addo’ me tuocche, a tuono te risponno!Abbasta n’uocchio ncopp’a sta carpetta.

Tra i tanti mestieri inventati dai Napoletani, due in particolare hanno da sempre suscitato il mio interesse; sono i mestieri del muzzunaro e del trova sigari.  Il trova sigari, era colui che armato di un bastone appuntito e una torcia alimentata a olio, seguiva maggiormente gli uomini di alta classe, poiché solo loro potevano permettersi di fumare i sigari. Il trova sigari dunque prelevava da terra, il sigaro quasi del tutto consumato, e alla fine della sua ricerca, mettendo insieme i vari spezzoni di sigari, li rivendeva a coloro i quali non avevano la possibilità di comprare dei sigari originali. Il muzzunaro invece, andava alla ricerca dei mozziconi di sigarette, sempre con un bastone dalla punta appuntita, ne prelevava il tabacco, e raccolto una certa quantità, facendo le dovute scelte, lo rivendeva a chi ne facesse richiesta. Ecco una mia poesia dal titolo: ‘O Muzzunaro.

Schiena acalata piglia chella cicca,

nun è scuorno chello ca siente,

ammicca ammicca,

fa finta ‘e niente.

Muovete a piglià,

c’ ‘a famme nun aspetta,

guarda a chillo vô fumà,

nun è cosa va di fretta,

ah che bello appiccia ‘o lumme,

aggio visto nu muzzone,

c’ ‘o pigliamme aumma aumma,

annanz’ ‘a soglia do purtone.

Tornando nella Napoli di inizio novecento, vi sareste sorpresi nell’udire questa voce: Capillò! Era il grido di colui che richiamava a se, coloro i quali, sia maschi che femmine, volevano ricavare dei soldi dalla vendita dei propri capelli. Il Capillò poi li rivendeva ai fabbricanti di parrucche. Ecco una bella poesia di Salvatore di Giacomo, intitolata proprio Capillò.

Capillò! .. . Chi me chiamma? Essa. – Ah,destino!
LL’hanno arrestato a Pasca ‘o nnammurato,
e s’ha tagliate ‘e trezze d’oro fino
pe ne mannà denare a ‘o carcerato.
E’ scesa anfino a mmiez’ ‘e gradiate:
– Tengo sti trezze; oi ni’, t’ ‘e buo ‘ accattà?-. ..
L’aggio mise tre lire e mme l’ha date
(e nun me so’ fidato d’ ‘a guardà .. . ).
L’aggio sentuta chiagnere scennenno,
ma nteneruto no,no,nun me so’!
Sti trezze d’oro mm’ ‘e voglio i’ vennenno!
Capillo’! .. . Capillo’! . . .

L’amore di una ragazza, così forte da farle tagliare i capelli e venderli al Capillò, per mandare al suo innamorato carcerato, una somma per la sua sopravvivenza.

Occorrerebbero interi volumi per discorrere dei tanti mestieri che i Napoletani hanno inventato, soprattutto nei momenti peggiori della nostra storia. Questo dice molto su un popolo che non si è mai arreso, nemmeno dinanzi alla fame. Colgo l’occasione per ringraziare il mio amico e poeta famoso: Giulio Mendozza, a cui devo la mia conoscenza di tutto ciò che riguarda la poesia e la cultura Napoletana. Vi saluto con un mio simpatico componimento dedicato alla figura dell’acquaiolo, di cui anche Wolfgang Goethe parlò nel suo resoconto sulla sua permanenza a Napoli.

Acqua fresca acquaiò!

Miette mano a stu limone,

tiene ‘o ghiaccio oppure no?

Panza fresca digestione,

ah che bello acquaiò!…

Ivan Tudisco
Ivan Tudisco, è nato a Napoli il 08/07/1980. Dopo aver conseguito il diploma di perito Informatico, e aver frequentato la facoltà di Filosofia, ha svolto diversi ruoli in ambito professionale, spostandosi nelle varie regioni Italiane. Da oltre dieci anni fa parte di una Onlus, un’associazione di natura Cattolica, attiva in ambito sociale. La sua passione letteraria inizia nel 2007, con la pubblicazione della sua prima raccolta di poesie, edita da una casa editrice Siciliana. Seguiranno pubblicazioni di poesie su varie antologie di poeti emergenti e su riviste quali: Poeti e Poesia. Seguiranno due raccolte di poesie, una in Napoletano, pubblicata nel 2014, e un’altra pubblicata in Italiano da Aletti editore, nel 2016. Il primo approccio nella narrativa risale al 2017, con la pubblicazione del suo primo racconto: Gli ultimi, e nel 2018, con la pubblicazione di un altro testo inserito in una raccolta di racconti su Napoli. Nello stesso anno fu pubblicato un suo racconto natalizio: Il sogno di Natale, acquistabile tuttora nei siti di La Feltrinelli e Amazon. Nel Dicembre 2019, una sua favola fu pubblicata in una raccolta edita dalla Apollo edizioni, e nel 2020 è stato pubblicato il suo primo romanzo: Gente di Pianura, acquistabile in ebook nelle migliori librerie online, quali Mondadori, La Feltrinelli, Amazon. Nello stesso anno ha pubblicato un racconto di genere fantascientifico e una poesia, con la casa editrice Idrovolanti. Sempre con la stessa casa editrice, nel Gennaio 2021 ha pubblicato un racconto natalizio, all’interno di una raccolta. Nel mese di Aprile 2021 ha pubblicato una raccolta di favole, per ora in ebook, acquistabile nel sito della casa editrice Ivvi, e sempre nello stesso anno, una raccolta di poesie con la casa editrice Rosabianca edizioni, libro prenotabile nel sito della stessa, o nelle librerie online.

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