Tu sei qui
Home > Campi Flegrei > Luciano Cilio, l’artista che voleva inventare una musica nuova nella Napoli degli anni ’70

Luciano Cilio, l’artista che voleva inventare una musica nuova nella Napoli degli anni ’70

Ci sono persone che continuano a parlarci anche quando non ci sono più. Non perché ci abbiano lasciato
libri, lettere o grandi discorsi, ma perché, durante gli anni trascorsi insieme, ci hanno regalato qualcosa che
il tempo non riesce a cancellare: un ricordo, una storia, il nome di qualcuno che altrimenti non avremmo
mai incontrato.


Io ho conosciuto Luciano Cilio attraverso Rosario, un collega fisioterapista con il quale ho lavorato per tanti
anni e che oggi, purtroppo, non c’è più.


Rosario era un uomo di vastissime conoscenze. Con lui si poteva cominciare parlando del lavoro e finire,
quasi senza accorgersene, a discutere di musica, libri, politica, cultura, amicizie e vicende personali. Le
nostre conversazioni non seguivano percorsi prestabiliti: si lasciavano guidare dalla curiosità, dai ricordi e
dal piacere di scoprire qualcosa di nuovo.


Spesso tornavamo ai suoi anni da studente all’università di architettura che non portò mai a termine, a quel
periodo della giovinezza nel quale si incontrano persone destinate a lasciare un segno, anche quando la vita
finisce per condurre ciascuno lungo strade differenti.


E così, fu nei momenti liberi dagli impegni lavorativi che Rosario mi parlò di Luciano Cilio, che fu un suo
amico in quell’ambito. All’inizio, quel nome non mi diceva molto. Non apparteneva alla schiera dei musicisti
che avevo imparato a conoscere attraverso la radio, i dischi e la canzone d’autore italiana. Eppure, dietro
quel nome, si nascondeva una storia che avrebbe finito per incuriosirmi sempre di più.


Cominciai a cercare informazioni, a leggere, ad ascoltare. E mi ritrovai a percorrere un sentiero che
conduceva molto più lontano della semplice scoperta di un musicista: mi stava portando nella Napoli degli
anni Settanta, in una città piena di fermenti, incontri, idee e sperimentazioni, dove alcuni giovani cercavano
di inventare linguaggi nuovi, senza sapere se qualcuno sarebbe stato disposto ad ascoltarli. Ed è proprio da
qui che voglio partire. Non da una lezione di storia della musica, ma dal racconto di una scoperta personale,
nata grazie a un’amicizia e alla generosità di chi sapeva condividere ciò che aveva vissuto.

UNA NAPOLI CHE NON ERA SOLTANTO CANZONE
Quando si parla di Napoli e di musica, il pensiero corre immediatamente alla grande tradizione melodica,
alla canzone classica, al teatro, alle voci che hanno attraversato generazioni. È una storia straordinaria, ma
non è tutta la storia.
Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, Napoli era anche un laboratorio culturale nel quale si
incontravano musicisti, studenti, uomini di teatro, artisti e intellettuali. Il mondo stava cambiando e i
giovani cercavano nuovi modi di esprimersi, di raccontare la realtà e di mettere in discussione le
convenzioni.
Il rock progressivo, la musica d’avanguardia, il jazz, le sperimentazioni elettroniche e le influenze
provenienti dall’Oriente alimentavano una stagione creativa nella quale non tutti volevano comporre
canzoni destinate al successo commerciale. C’erano artisti interessati a esplorare territori sconosciuti, a
rompere gli schemi, a cercare nuove possibilità espressive. Non sempre disponevano di grandi mezzi, e
spesso il loro lavoro rimaneva circoscritto a piccoli ambienti culturali. Ma proprio in quei luoghi, lontano dai
riflettori, potevano nascere esperienze originali.

Era una Napoli fatta anche di amicizie, discussioni, ascolti condivisi e progetti. Una città nella quale la
cultura non era soltanto qualcosa da studiare, ma un’esperienza da vivere.
Luciano Cilio, nato a Napoli l’11 gennaio 1950, apparteneva a questo mondo. Era un musicista dalla
sensibilità particolare, interessato non soltanto alle note, ma anche al rapporto fra suono, spazio, immagini
e percezione. Si dedicò alla musica, studiò architettura e si interessò alla scenografia, sviluppando una
visione artistica che superava i confini dei singoli linguaggi.
Per capire la sua storia, però, dobbiamo ricordare che prima di diventare un nome da cercare negli archivi
musicali era un ragazzo, uno studente, un amico. Aveva relazioni, frequentazioni, interessi e giornate
normali, dentro una città che offriva possibilità ma non garantiva a nessuno un futuro facile. È questo
aspetto umano che mi interessa recuperare attraverso il ricordo del mio amico Rosario. Non voglio
inventare dialoghi o aneddoti che non posso documentare, né attribuire a Rosario parole che non ricordo
con precisione. Voglio piuttosto rispettare il valore di quella testimonianza personale e lasciare che la sua
amicizia con Luciano diventi la porta d’ingresso a una storia più ampia.

UN GIOVANE CHE CERCAVA STRADE DIVERSE
Luciano non era il musicista che si accontentava di imparare le regole per ripeterle. La sua curiosità lo
spingeva a interrogarsi sulle possibilità del suono, sul modo in cui gli strumenti potevano dialogare e su
quanto fosse possibile allontanarsi dalle forme musicali tradizionali. La sua formazione, anche al di fuori
della musica, contribuì a questa ricerca. L’interesse per l’architettura e la scenografia lo portava a
considerare lo spazio come un elemento importante dell’esperienza artistica. Il suono, nelle sue
composizioni, non era soltanto qualcosa da ascoltare: poteva costruire atmosfere, suggerire immagini e
modificare la percezione del tempo.
Già alla fine degli anni Sessanta lavorava a esperimenti che mettevano in relazione suono, immagine
cinematografica e nastro magnetico. Successivamente avrebbe sviluppato una scrittura musicale personale,
nella quale il silenzio, le ripetizioni, le voci e le trasformazioni sonore diventavano elementi essenziali.
Proviamo a immaginare quanto fosse distante questo approccio dalla canzone tradizionale, con la sua
melodia riconoscibile, le strofe, il ritornello e le parole che raccontano una storia. Cilio cercava qualcosa di
diverso. Non voleva necessariamente accompagnare l’ascoltatore lungo un percorso già conosciuto, ma
invitarlo a entrare in un’esperienza nuova. La sua non era una musica da consumare distrattamente.
Richiedeva attenzione, pazienza e disponibilità a lasciarsi sorprendere. Non doveva per forza piacere a tutti,
ma chiedeva di essere ascoltata senza pregiudizi. È anche questo che rende interessante la sua figura. In un
mondo nel quale spesso si cerca di ottenere risultati immediati, Luciano scelse una strada personale, senza
sapere se avrebbe incontrato il riconoscimento che meritava.

IL TEATRO, ALAN SORRENTI E GLI INCONTRI DI QUEGLI ANNI
La vicenda di Cilio si intreccia con quella di una Napoli artisticamente vivace, nella quale il teatro
rappresentava uno spazio importante per la sperimentazione. Luciano frequentò il Teatro Esse e partecipò
alla realizzazione delle musiche per Prometeo legato, spettacolo diretto da Gennaro Vitiello e presentato
nel 1971. Per un artista interessato al rapporto fra suono, immagine e spazio, il teatro offriva un terreno
particolarmente fertile: musica, parola, movimento e scenografia potevano incontrarsi senza dover
rispettare divisioni rigide.

In quegli stessi anni, la scena napoletana era attraversata da musicisti che cercavano di superare i confini
della canzone tradizionale. Tra loro c’era Alan Sorrenti, allora impegnato in una ricerca che avrebbe trovato
una delle sue espressioni più significative nell’album Aria, pubblicato nel 1972.
Sorrenti avrebbe poi raggiunto una notorietà più ampia con una musica diversa, ma il suo primo percorso
artistico era profondamente legato al rock progressivo e alla sperimentazione.
Cilio frequentò quell’ambiente e collaborò con Sorrenti e con il musicista americano Shawn Phillips. Le loro
esperienze si collocavano in una stagione nella quale rock, improvvisazione, musica d’avanguardia e ricerca
sonora potevano incontrarsi liberamente. Non bisogna immaginare che tutti questi artisti condividessero le
stesse idee. La ricchezza di quella stagione stava proprio nelle differenze, nelle personalità e nella
possibilità di incontrarsi senza dover parlare un’unica lingua musicale.
Cilio conservò una direzione personale. Non si limitò a seguire una moda o a riprodurre ciò che arrivava
dall’estero. Cercò di sviluppare un proprio modo di intendere la composizione, fino a costruire un universo
sonoro difficilmente classificabile. Anche le collaborazioni con musicisti come Tony Esposito e Robert Fix
contribuirono alla realizzazione del suo lavoro discografico. Sono dettagli che ci ricordano come dietro una
ricerca così personale ci fosse comunque una rete di incontri e di persone capaci di trasformare le idee in
musica.

DIALOGHI DEL PRESENTE: UN DISCO DA ASCOLTARE SENZA FRETTA
Nel 1977 Luciano Cilio incise Dialoghi del presente, il suo unico album pubblicato in vita. A produrre il disco
edito dalla EMI, fu Renato Marengo, giornalista e produttore discografico, tra i principali animatori del
movimento Napule’s Power. Fu lui stesso a raccontare quanto fosse stato difficile convincere una grande
casa discografica a pubblicare una musica così lontana dalle aspettative commerciali.
Marengo e Cilio erano amici e si frequentavano anche lontano dagli studi di registrazione. Nelle sue
memorie, il produttore ricorda le cene trascorse insieme nelle cantine napoletane, tra vino rosso, salsicce e
friarielli. In quelle occasioni Cilio gli rimproverava, con affetto ma senza nascondere il proprio dissenso, di
produrre artisti che lui considerava troppo vicini al mercato, mentre la musica che aveva in mente
richiedeva un’altra libertà. Era un rapporto nel quale l’amicizia non cancellava le differenze: Cilio non
cercava compromessi e pretendeva che la sua musica fosse ascoltata per quello che era, non trasformata
per renderla più facile da vendere.


Marengo decise comunque di scommettere su di lui. Per ottenere il via libera della EMI, raccontò di aver
fatto ascoltare ai responsabili soltanto alcuni passaggi, quelli che riteneva più immediatamente accessibili,
riuscendo così a ottenere il permesso di realizzare il disco. Ma quando l’album fu completato, la reazione
non fu quella sperata: la musica di Cilio venne giudicata da alcuni discografici come una raccolta di
esperimenti, quasi un lavoro incompleto, e ne furono stampate pochissime copie. Marengo ricordò perfino
la reazione contrariata di Bruno Tibaldi, dirigente della EMI, che si aspettava probabilmente un disco rock o
progressive più convenzionale. La scommessa, tuttavia, era stata vinta almeno in una cosa fondamentale:
Luciano Cilio era riuscito a pubblicare la propria musica senza rinunciare alla sua identità. 【
È anche questa la storia di Dialoghi del presente: non soltanto quella di un disco insolito, ma di un artista
che, pur avendo intorno persone disposte a sostenerlo, si scontrò con un sistema incapace di riconoscere
facilmente ciò che non rientrava nelle categorie conosciute. Una vicenda che ci aiuta a capire meglio Cilio e
la Napoli di quegli anni, attraversata da energie nuove, amicizie, discussioni e tentativi coraggiosi di
cambiare il modo di fare.

Dialoghi del presente, è l’opera che permette di entrare più direttamente nel mondo del musicista. Il disco
è composto da quattro quadri e un interludio e raccoglie una ricerca nella quale strumenti acustici,
pianoforte, archi, fiati, percussioni e voci vengono utilizzati in modo lontano dalla struttura abituale della
canzone.


Ma come si ascolta una musica del genere? Il consiglio è semplice: non bisogna aspettarsi necessariamente
una melodia da canticchiare o un ritornello da ricordare. È meglio immaginare di entrare in un paesaggio
sonoro, nel quale ogni elemento contribuisce a creare un’atmosfera. I suoni appaiono, si trasformano, si
ripetono. Le voci sembrano talvolta emergere da lontano. Il silenzio non è un vuoto da riempire, ma una
parte dell’esperienza. Non occorre essere musicisti o conoscere la teoria musicale per lasciarsi coinvolgere.
Basta concedersi il tempo di ascoltare, senza pretendere di capire tutto al primo passaggio. Forse questa
musica sembrerà difficile. Forse qualcuno la troverà distante dai propri gusti. Ma proprio qui sta la
possibilità della scoperta: provare a incontrare qualcosa che non conosciamo, senza giudicarlo
immediatamente secondo le nostre abitudini.


Dialoghi del presente non ottenne un successo commerciale paragonabile a quello dei dischi più popolari.
La sua ricerca era difficile da collocare nei circuiti discografici tradizionali. Eppure, proprio la sua originalità
avrebbe alimentato negli anni successivi l’interesse di musicisti, studiosi e appassionati.

Cilio non si limitò a comporre. Si impegnò anche nella promozione della musica contemporanea e nella
costruzione di occasioni per far conoscere esperienze poco frequentate dal grande pubblico. Nel corso degli
anni Settanta partecipò a progetti collettivi e iniziative culturali, fra cui la rassegna Aspetti della musica a
Napoli. Questo aspetto è importante: Luciano non era soltanto un artista concentrato sulla propria opera,
ma anche una persona interessata a creare spazi nei quali la ricerca musicale potesse continuare.

UNA STORIA CHE MERITA DI ESSERE RISCOPERTA
Luciano Cilio morì a Napoli il 21 maggio 1983, a soli trentatré anni. La sua scomparsa avvenne per suicidio,
una tragedia che non va trasformata in una leggenda romantica né utilizzata per spiegare automaticamente
la sua musica. La sua vita fu breve, ma la sua opera non scomparve con lui. Negli anni successivi, il lavoro di
studiosi e musicisti ha contribuito a restituire attenzione alla sua ricerca. Girolamo De Simone ha avuto un
ruolo importante nella riscoperta e nella valorizzazione delle sue composizioni. Nuove pubblicazioni, fra cui
Dell’universo assente e I nastri ritrovati, hanno permesso di approfondire il suo percorso e di ascoltare
materiali che altrimenti sarebbero rimasti difficilmente accessibili.
È una storia che ci ricorda quanto sia fragile la memoria culturale. Non tutti gli artisti diventano famosi, non
tutte le opere trovano immediatamente il loro pubblico e non tutto ciò che merita attenzione riesce a
imporsi nel mercato.
Ma il valore di un artista non si misura soltanto attraverso il successo ottenuto durante la vita. Cilio ci lascia
una musica personale, difficile da classificare e capace ancora oggi di suscitare domande. Ci lascia anche
l’immagine di una Napoli che
non era soltanto tradizione, ma ricerca, incontro e desiderio di libertà espressiva.

CONCLUSIONI
Concludo qui il mio racconto, che spero riesca a suscitare nel lettore anche soltanto un po’ della curiosità
che ha accompagnato me nel tempo. E se ciò avverrà, questo scritto avrà raggiunto il suo scopo.

Provate a cercare Dialoghi del presente. Ascoltatelo senza fretta, lasciando da parte per qualche minuto le
canzoni che conoscete e le abitudini alle quali siete affezionati. Non è necessario che vi piaccia tutto.
L’importante è concedervi la possibilità di incontrare un artista diverso, che ha cercato una propria strada
senza sapere dove lo avrebbe condotto.


Luciano Cilio non è stato una celebrità nel senso più comune del termine. Ha lasciato un’opera concentrata,
una ricerca originale e una storia che merita di essere conosciuta.


Per me, tutto è cominciato da una conversazione con un amico. Da un nome pronunciato mentre
parlavamo della vita. Da quel momento, Luciano ha smesso di essere soltanto uno sconosciuto ed è
diventato una persona da cercare, da ascoltare, da comprendere.


E forse è proprio questo il modo migliore per mantenere viva la memoria: lasciare che un ricordo personale
diventi una scoperta condivisa, che una storia conduca a un’altra storia e che una musica, anche dopo tanti
anni, trovi ancora qualcuno disposto ad ascoltarla.

articolo di Gianni Urso

Avatar photo
Redazione
La testata giornalistica QuiCampiFlegrei.it nasce con l'intento di promuovere il territorio flegreo

Articoli Simili

Lascia un commento

Top Menu
Translate »
errore: Il contenuto del sito è protetto