La storia di Punch, il macaco nato in uno zoo giapponese e rifiutato dalla mamma, che ha trovato in un pupazzo di peluche a forma di scimmia il surrogato in cui riversare e ricevere gli affetti e la protezione che merita ogni cucciolo, e che oggi ha un amico, Go-Chan, un macaco vissuto in un circo, a sua volta rifiutato dai suoi simili, che per chissà quale magia è stato portato nello stesso zoo dove vive Punch e lentamente si è legato al piccolo macaco, sta commuovendo il mondo.
Molti psicologi, studiando la vicenda di Punch, stanno riversando fiumi d’inchiostro per dare una spiegazione al perché Punch si è rifugiato tra le braccia di un peluche. La risposta è che tutti noi, da piccoli, abbiamo bisogno del calore degli affetti per crescere sereni e fortificarci interiormente per maturare quella sicurezza che da adulti ci renderà capaci di affrontare la vita a viso aperto.
Le immagini di Punch, prima da solo con il suo peluche e poi in compagnia di Go-Chan, ci hanno rattristato e poi fatto gioire, probabilmente perché ognuno di noi da bambino ha vissuto un momento in cui si è sentito come Punch: tradito da chi doveva proteggerlo e amarlo e invece lo ha vessato e mortificato come se fosse una pezza da piedi, facendo sì che si sentisse un rifiuto della società tanto da accettare, crescendo, qualsiasi umiliazione o sopruso pur di non sentirsi rifiutato dal branco.
La vicenda di Punch riporta alla mente la figura di Linus, uno dei personaggi dei Peanuts di Charles M. Schulz, il quale appare sempre abbracciato alla sua coperta che, in chiave psicologica, rappresenta un oggetto transizionale, ovvero un oggetto scelto dal bambino, di solito con delle qualità tattili, già riconosciuto come altro da sé ma investito affettivamente e simbolicamente rappresentativo della relazione, con il quale si crea un legame speciale.
In sintesi il peluche di Punch è il salvagente che ha consentito al piccolo macaco di galleggiare da solo nel naufragio della propria vita fino a quando Go-Chan non gli ha teso la mano e lo ha tratto a bordo della propria barca per continuare insieme il viaggio esistenziale.
Prendendo come riferimento il passo della Genesi biblica dove si narra la creazione di Eva, tralasciando l’aspetto simbolico della storia, esso è la conferma che gli individui, senza distinzioni di genere, hanno bisogno di un compagno/compagna con cui percorrere insieme il cammino della vita.
Se da un lato la solitudine è sinonimo di libertà – spesso lo è davvero -, dall’altro essa limita la conoscenza di se stessi in quanto solo rapportandoci con gli altri possiamo imparare a conoscerci e a crescere come persone. È nel confronto con l’altro che maturiamo come individui; è camminando stringendo la sua mano che possiamo proseguire sicuri alla scoperta del mondo.
Ognuno di noi ha un peluche o una coperta da cui non si stacca mai per sentirsi sicuro. Esso/a ha molteplici nomi racchiusi in uno solo, passioni. Quelle passioni che coltiviamo fin da bambini e che, man mano che cresciamo, ci fanno sentire sicuri allorché dobbiamo confrontarci con gli altri perché siamo capaci di fare qualcosa che loro non sanno fare e quindi ci sentiamo non solo accettati ma prima di tutto rispettati. Quelle passioni che, purtroppo, spesso molti genitori tendono a soffocare nei propri figli, pretendendo che essi facciano tutt’altro rispetto a quanto sono realmente portati perché riflettono se stessi nei figli, sperando che essi riescano laddove loro hanno fallito.
A livello psicologico la vicenda di Punch è molto più complessa. Lo conferma l’attenzione che la vicenda sta suscitando a livello planetario. Ma nello stesso tempo essa può risolversi in uno strumento di distrazione di massa facendoci perdere di vista gli orrori del mondo.
Pensando a Punch e al suo peluche non dobbiamo dimenticare i tanti bambini vittime di avversità e soprusi come quelli palestinesi che a Gaza e in Cisgiordania continuano a subire le atrocità di una guerra genocida senza che il mondo faccia qualcosa per porvi fine. O i bambini di tante altre guerre che, a causa degli infiniti traumi quotidiani prodotti nel loro animo dalle atrocità del conflitto bellico, chissà quante e quali patologie psichiatriche matureranno, diventando da adulti degli alienati se non addirittura dei mostri. E che dire dei bambini che subiscono torture e violenze da uomini senza scrupoli come Epsten e i suoi accoliti che, per il solo gusto del divertimento, oltre a violentare bambine e ragazzine per appagare le proprie perversioni, pare che addirittura si cibassero delle loro carni…
La storia di Punch e del suo pupazzo, a mio avviso, ha il merito di scuotere le coscienze.
Un mondo che si commuove per la storia di un cucciolo di macaco indica che nei cuori delle persone brilla ancora un scintilla di umanità.
Grazie a Punch e al suo peluche questa scintilla si sta lentamente ravvivando, alimentata dal seguente messaggio: l’abbandono ci devasta, l’accettazione ci rassicura e rafforza.