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Da Pozzuoli a Pompei, un cammino di fede sorretto dall’amicizia

L’idea di compiere un cammino di fede da Pozzuoli a Pompei, partendo dalla chiesa di San Gennaro fino al santuario della Vergine, venne a Nunzio mentre in auto rientravamo dalla Napoli-Pompei del 2016. In precedenza lui ne aveva già corse due. Io solo una nel 2013, ripromettendomi che quella sarebbe stata la prima e ultima volta a causa di una serie infinita di sbavature organizzative, prima tra tutte la scarsità d’acqua ai rifornimenti  e il correre tra il traffico mandati a quel paese dagli automobilisti e da qualche vigile urbano. Ma poi lo spirito competitivo e l’insistenza di Nunzio prevalsero convincendomi a rifarla.

<<Ma saranno più di quaranta chilometri, praticamente una maratona!> obiettai.

<<E che fa, di maratone ne abbiamo fatte, no? Ce ne andiamo piano piano, mica dobbiamo fare una gara?>> rispose.

L’argomento non l’affrontammo più.

Il mese di maggio dell’anno seguente Nunzio si organizzò con due amici e compì il pellegrinaggio. Lo stesso fece l’anno successivo. Ogni volta che mi proponeva di accompagnarlo, a causa di problemi sul lavoro, ero costretto a dare forfait.

Finalmente nel 2019 sembrava fossimo riusciti a organizzarci, ma le avversità del meteo per ben due volte ci costrinsero a rimandare. Nel 2020, tra covid e problemi fisici, dovemmo nuovamente soprassedere.

Reduci dalle passate esperienze, quest’anno non ci siamo lasciati sorprendere e, consultato il meteo, decidemmo che lunedì 10 maggio era il giorno giusto per intraprendere il cammino.

Il giorno prima della partenza Nunzio mi invia un messaggio sul cellulare, una sorta di decalogo in cui elenca le cose da portare nello zaino.

L’appuntamento è alle 7,30 davanti i giardinetti del Ponte Azzurro, ma la partenza ufficiale è dalla Chiesa di San Gennaro dove Nunzio si ferma a pregare davanti all’edicola con la madonna.

Avendo con me la macchina fotografica, mentre percorriamo Via Solfatara in direzione Napoli, ripetutamente mi fermo per scattare foto al panorama. La splendida giornata e un caldo sole ci accompagneranno lungo tutto il cammino infiammandoci i volti e l’anima.

Quando scolliniamo e iniziamo la discesa del San Germano, Nunzio dice:

<<Abbiamo superato il primo ostacolo, il prossimo è la “grotta Laziale”!>>.

La grotta Laziale conduce da Fuorigrotta a Mergellina, prende il nome dalla ditta che la “costruì” nel 1925. Nunzio avrebbe preferito evitarla, salendo da Coroglio a Capo Posillipo per poi scendere Via Posillipo fino a Largo Sermoneta, come aveva fatto l’ultima volta, allungando di quasi cinque chilometri. L’idea non mi affascina, ma sapendo che nella grotta stanno rifacendo il manto stradale, quando alcuni giorni prima di partire mi propose questa alternativa, risposi che saremmo saliti per Posillipo solo se i lavori nella grotta fossero ancora in corso. Mi informai: fortunatamente il cantiere era stato smontato e il passaggio pedonale ripristinato per cui ci risparmiammo un’inutile fatica.  Imboccandola abbiamo un’amara sorpresa: il manto stradale è stato rifatto, ma il marciapiede continua a versare in pessime condizioni a conferma che l’uomo ha completamente perso il senso della misura, preoccupandosi più delle auto anziché di se stesso probabilmente perché ormai considera l’auto una propria appendice naturale senza la quale è incapace di spostarsi, dimenticandosi che per farlo la natura lo ha dotato delle gambe.

Non appena sbuchiamo in Piazza Sannazzaro, attraversiamo la strada e ci incamminiamo su Via Caracciolo. Il panorama del golfo di Napoli è uno spettacolo di ineguagliabile bellezza. Mi fermo a scattare delle foto.

<<Se ci fermiamo ogni tanto per fotografare, a Pompei arriviamo domani!>> dice Nunzio ironicamente.

Sorrido. Penso che abbia ragione, ma per un amante della fotografia questa è un’opportunità rara pertanto, pur ripromettendomi di non attardarmi oltre, all’altezza del Castel dell’Ovo mi fermo nuovamente per fotografare. Seppur contrariato, Nunzio si mette in posa per farsi scattare una foto con il castello alle spalle. La foga che ho di scattare è irrefrenabile. L’unico modo per reprimerla è riporre la macchina nello zaino e lasciarla lì fino a Pompei.

A passo spedito da Via Marina proseguiamo verso corso San Giovanni. All’altezza del maschio Angioino, nunzio mi chiama:

<<Per un quarto d’ora non rivolgermi la parola, dico il rosario>>. Tra le mani ha un rosario con i grani celesti.

Non pensavo che la sua fede arrivasse a tanto. Rispetto il suo silenzio e lo precedo di qualche metro lasciandolo alle sue preghiere.

Mentre camminiamo, noto che sui pali della luce qualcuno ha affisso dei volantini con una richiesta di lavoro, lasciando il proprio numero di telefono. Il dramma della disoccupazione è un cancro sociale inestirpabile, soprattutto in una città ricca di contraddizioni e problemi qual è Napoli. Penso che quella richiesta di lavoro è un invito a nozze per la camorra sempre pronta ad approfittare della disperazione della gente per rinfoltire il proprio esercito di dannati, e una vergogna per le istituzioni che a parole si dicono pronte a combattere questa piaga per poi essere quasi sempre smentite dai fatti.

Con nostra piacevole sorpresa nel tratto che dal Carmine va verso Corso San Giovanni vi è un pezzo di pista ciclabile: la imbocchiamo e camminiamo con tranquillità fino a San Giovanni.

Lungo la strada Nunzio si ferma da un fruttivendolo per acquistare un chilo di banane. Poco dopo facciamo sosta in una piazzetta per mangiare un boccone. Sano passate quattro ore da quando siamo partiti e abbiamo percorso venti chilometri, esattamente la metà del tragitto. Facendo una proiezione approssimativa, dovremmo arrivare a Pompei tra le tre e le quattro del pomeriggio.

Quando ripartiamo, mi accorgo che Nunzio zoppica vistosamente.

<<Problemi?>> domando.

<<Mi dà fastidio il tallone, la spina calcaneare>> risponde con smorfia di dolore.

<<Sei sicuro di farcela?>>

<<A costo di strisciare, arriverò a Pompei!>>

Sorrido, la sua tenacia è ammirevole.

Quando arriviamo a Portici, paese d’origine di papà, scattiamo un selfie con alle spalle Piazza San Ciro e l’omonima chiesa. All’altezza dell’Università d’Agraria ci sono delle panchine e una fontanina. Propongo a Nunzio di fermarci per darci una rinfrescata e riempire le borracce. Il piede gli dà fastidio, lo capisco dall’espressione sofferta del suo viso.

Mi azzardo a chiedergli se davvero vuole proseguire.

<<Non chiedermelo più, ho detto che a Pompei arriverò anche strisciando!>> si inalbera.

Rimettiamo gli zaini in spalla e ripartiamo.

Giunti davanti agli scavi di Ercolano, domandiamo ai custodi se possiamo usufruire delle toilette.

<<Certo, sono nei pressi della biglietteria>> risponde uno di loro indicandoci la struttura in lontananza.

Mentre scendiamo lungo il viale d’ingresso, ci godiamo la suggestiva visione della città sepolta dalla storica eruzione del 79 d.C. che distrusse Pompei.

<<Lo avresti mai detto che saremmo riusciti a vedere anche gli scavi di Ercolano?>> dico a Nunzio mentre scatto delle foto con il telefonino.

<<No, ma mi fa piacere, non c’ero mai stato prima.>>

Riprendiamo il cammino in direzione di Torre del Greco. È una giornata di piena estate, ma non afosa. Restiamo stupiti dall’improvvisa comparsa sui marciapiedi di cumuli di immondizia. È un vero peccato che luoghi così ricchi di storia e di cultura debbano subire una simile offesa.

Mentre proseguiamo, di tanto in tanto ci volgiamo a fissare l’incombente figura del Vesuvio ergersi al nostro fianco: la sagoma del gigante di fuoco ci accompagnerà fino a Pompei.

<<Enzo, non disturbarmi, dico un altro rosario>> dice Nunzio sfilandosi la catenina dal collo.

Anche in questo caso lo precedo di qualche metro. Immagino quanto sia importante per lui quel gesto se decide di compierlo malgrado il tormento al tallone. Più volte, sbirciandolo di sottecchi, colgo sul suo viso un’espressione di dolore, ma mi guardo bene dal proporgli di sospendere il cammino, so che mai lo farebbe.

Mentre cammino, guardandomi intorno, resto affascinato dalle antiche ville che sorgono ai lati della strada. Molte, restaurate, sono di una bellezza unica. In alcuni casi sono state riadattate ad albergo. Altre sono abbandonate nel degrado più assoluto. In epoca borbonica, durante l’estate, il re era solito trasferirsi nella reggia di Portici per trascorrervi le vacanze. Al suo seguito vi si trasferiva tutta la corte e i nobili a lui più vicini, edificando lungo la via le proprie residenze estive, dando vita a quel tratto di strada ribattezzato “il miglio d’oro” che va da San Giovanni a Torre Annunziata.

Inoltrandoci nel corridoio di palazzi cha da Torre Annunziata conduce a Pompei, in alcune traverse alla nostra destra si intravedono scorci della marina torrese che ricordano i dipinti della scuola posillipina.

Dopo aver attraversato Torre Annunziata, finalmente sbuchiamo nella piazza ai confini con Pompei con al centro la rotatoria da cui la strada si dirama in svariate direzioni: mancano poco più di due chilometri alla meta. Nunzio si rammarica per il fastidio al piede che non gli consente di andare più veloce. Rispondo che non deve preoccuparsi, mica stiamo facendo una gara?

Sorride mentre guarda l’orologio:

<<In passato ci ho impiegato oltre dieci ore, ora invece poco più di otto. Sarebbe stato bello chiuderla sotto le otto ore!>>

C’è poca da fare, alla fine, lo spirito agonistico prevale sempre in chi è abituato a confrontarsi con il tempo.

Dopo quasi quaranta chilometri, davanti a noi si spalanca il viale che costeggia gli scavi di Pompei. In lontananza si s’intravede il campanile del santuario ergersi al cielo, ormai ci siamo.

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Quando entriamo sul vialone che conduce al santuario, nonostante il dolore al piede, il volto di Nunzio si illumina in un sorriso radioso:

<<Anche questa è fatta>>, sussurra dandomi una pacca sulla spalla.

Giunti davanti al santuario scattiamo un selfie in ricordo di questa bella avventura portata a compimento.

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Prima di entrare in chiesa andiamo alla toilette per rinfrescarci e cambiarci. Quindi entriamo nel santuario.

Nunzio si inginocchia per pregare, lo guardo con profondo rispetto.

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A quel punto non posso fare a meno di chinare il capo e raccogliermi a mia volta in preghiera. Pur non essendo credente, a volte vengo colto da questo bisogno. Ora è uno di quei momenti e lo devo a quest’uomo che con la sua fede, tenacia e umiltà mi ha coinvolto in questo lungo cammino di preghiera e riflessione dove l’amicizia ha funto da cornice.

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Vincenzo Giarritiello
Nato a Napoli, ma da oltre vent’anni residente a Pozzuoli, Vincenzo Giarritiello alterna all’attività di scrittore quella di giornalista per passione. Nel 1997 ha pubblicato “L’ultima notte e altri racconti” e nel 1999 “La scelta”. Nel 2017 ha ristampato “La scelta” e nel 2018 ha pubblicato il romanzo breve “Signature rerum” ambientato nei Campi Flegrei. Nel 2019 ha stampato “Le mie ragazze rom scrivono” e “Raggiolo uno scorsio di paradiso in terra”. Nel 2020 ha editato la raccolta di racconti “L’uomo che realizzava i sogni”. Ha pubblicato con le Edizioni Helicon il romanzo “Il ragazzo che danzò con il mare”. Ha collaborato con le riviste online “Giornalewolf.it” e “Comunicare Senza Frontiere”; con quelle cartacee “Memo”, “Il Bollettino Flegreo”, “Napoli Più”, “La Torre”. Fino al 2008 ha coordinato laboratori di scrittura creativa per ragazzi a Pozzuoli e all’Istituto Penitenziario Minorile di Nisida. Attualmente collabora con l’associazione culturale Lux in Fabula con cui ha ideato la manifestazione “Quattro chiacchiere con l’autore”. Nel 2005 ha attivato il blog “La Voce di Kayfa” e nel 2017 “La Voce di Kayfa 2.0”. Dal 2019 è attivo il suo sito www.vincenzogiarritiello.it
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