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Nisida, si erge dalle acque come un anello di tufo.

L’isola di Nisida, fa parte dei Campi Flegrei, è un vulcano dall’attività esplosiva,  un “maar”, ossia un cratere parzialmente riempito dalle acque, costruito come un “anello di tufo”.

Il termine “maar” deriva da un dialetto germanico e indica un lago di origine vulcanica delimitato da un orlo con morfologia dolce e bassa, generalmente di forma circolare.

È stato possibile determinare l’età dell’eruzione dell’isolotto di Nisida tramite la datazione delle lave bollose eruttate durante l’attività vulcanica collocandola a circa 6500 ± 400 anni da oggi.

La sua forma quasi circolare, è spezzata all’altezza dell’insenatura di Porto Paone a sud, che corrisponde all’antica caldera del vulcano.

In età classica, fu frequentata da molti romani che vi costruirono ville lussuose, come Lucio Licinio Lucullo, famoso per le sontuose feste che vi organizzava o ancora Marco Giunio Bruto, che dopo l’assassinio di Cesare, si ritirò sull’isola prima di morire nella battaglia di Filippi. Purtroppo delle ville non resta più traccia.

Poco altro si conosce di Nisida per il periodo romano tranne che Costantino la concesse alla Chiesa napoletana per enfiteusi (diritto reale su un fondo altrui).

Nel Medioevo Nisida cambia nome e diventa Gipeum o Zipeum e vengono costruiti il monastero e la chiesa di Sant’Arcangelo de Zippio (da Gipeum o Zippium).

In epoca tardoangioina la regina di Napoli Giovanna II d’Angiò–Durazzo (1373-1435) vi fece costruire un castello per difendersi dal pretendente al trono di Napoli Luigi II d’Angiò e vi dimorò trasformando la residenza in giardino di delizie. Forse a questo periodo risale la costruzione della Torre di Guardia.

Agli inizi del Cinquecento Nisida fu venduta a Giovanni Piccolomini, figlio di Giovanna d’Aragona, che ristrutturò il castello per poi passare in proprietà a Pietro Borgia, principe di Squillace, al principe di Conca Matteo di Capua e, infine, a Vincenzo Macedonio, marchese di Roggiano.

Castello di Nisida, con la collina dei Camaldoli sullo sfondo.

Nel 1623 divenne covo di ricettatori perché l’affittuario, un tale Giambattista de Gennaro, era in combutta con i pirati barbareschi che infestavano il Tirreno e coniava addirittura false monete d’argento.

Per contrastare le reiterate scorrerie del “pirata Barbarossa”, il viceré Don Pedro de Toledo trasformò l’isola in uno dei capisaldi della difesa di Napoli.

Ma nel 1619 gli Eletti della città di Napoli in reazione all’epidemia di peste che aveva toccata la Francia e contagiata la Sicilia e Salerno, decisero, in via preventiva, la costruzione sullo scoglio del Chiuppino, che si trova tra Capo Posillipo e l’isola, di un nuovo edificio per raccogliere i malati di peste, anche se l’epidemia aveva fino quel momento risparmiato Napoli, chiamato del Lazzaretto Vecchio.

L’isola di Nisida e l’antistante isolotto del Lazzaretto in una vecchia foto di Giorgio Sommer anteriore al 1914.

Durante la rivolta di Masaniello e i motti del 1648 Nisida fu utilizzata per ospitare un presidio spagnolo per tenere impegnato il duca di Guisa mentre gli Spagnoli entravano in città.

Nella seconda metà del Seicento l’isola fu comprata dal magistrato Domenico Astuto, presidente della Real Camera, dal quale passò in eredità alla famiglia Petroni che ottenne da Carlo II il titolo di marchese di Nisida e la possedette per un secolo e mezzo.

I Borboni, avendo riconquistato il trono di Napoli, destinarono Nisida a riserva di caccia.

Gioacchino Murat (1814) iniziò il progetto della trasformazione della Torre di Guardia in un istituto di pena che però fu adottato solo con la restaurazione borbonica.

Nel 1809 l’arch. De Fazio ebbe l’incarico di sistemare il porto di Nisida e contemporaneamente iniziò degli studi sulle strutture portuali romane. La morte di De Fazio nel 1834 interrompe i lavori del molo nuovo iniziati in mezzo a polemiche.

Questi ripresero nel 1847 ricongiungendo Nisida fu allo scoglio del Lazzaretto Vecchio, mentre sulla pianta del castello dei Piccolomini venne costruito un bagno penale destinato anche a prigionieri politici tra i quali furono incarcerati Michele Pironti e il patriota Carlo Poerio.

Nel ventennio fascista, fu trasformato in Riformatorio Giudiziario Agricolo (1934), poi in Casa di rieducazione. Tra il 1946 e il 1961 vi aveva sede l’Accademia Aeronautica Militare Italiana prima di essere trasferita a Pozzuoli.

Oggi l’isola ospita l’Istituto Penale per Minorenni di Napoli.

Benedetto Croce in occasione di una sua visita (1894) così descrive Nisida: “La verde isoletta piccola e snella, cosparsa di rare case bianche, recante come ghirlanda sul capo il rotondo suo castello, nell’abbagliante azzurro del cielo e del mare“.

La Torre angioina, l’impianto carcerario borbonico e il seicentesco “Lazzaretto sporco” non ci sono più, sono stati eliminati, mentre sono state costruitei le palazzine della giustizia littoria e gli immobili della struttura navale della NATO.

Attualmente il Comando NATO è stato spostato e sull’isolotto è rimasto solo un Comando logistico della Marina italiana.

Comunque, la riserva di caccia reale, il Lazzaretto, la presenza di Istituti di pena, fino al l’odierno Istituto Penale Minorile e al Comando marittimo alleato ne hanno reso difficile l’accesso e in qualche modo hanno preservato l’integrità e la bellezza del luogo, pur se inaccessibile a tutti.

L’amore impossibile tra Posillipo e Nisida

Matilde Serao, Leggende Napoletane (1895). La leggenda dell’amore.

“Vi fu una volta un giovanetto leggiadro e gentile, nel cui volto si accoppiava il gaio sorriso dell’anima innocente al malinconico riflesso di un cuore sensibile… Il bel giovanetto fu molto infelice, molto infelice; gli entrò nell’anima un amore ardente, la cui fiamma, che saliva al cielo, non valse ad incendere il cuore della donna che egli amava. Era costei una donna di campagna, cui era stato dato in dono la bellezza del corpo, ma a cui era stata negata quella dell’anima: ella era una di quelle donne incantatrici, fredde e sprezzose che non possono nè godere, nè soffrire. Paiono fatte di pietra, di una pietra levigata, dura e glaciale; vanno in pezzi ma non si ammolliscono; cadono fulminate ma non muoiono. Tale era Nisida, colei che fu invano amata dal giovanetto, poiché nulla valse a vincerla. Allora lui che si chiamava Posillipo, amando invano la bella donna che viveva di faccia a lui, per sfuggire a quella vista che era il suo tormento e la sua seduzione, decise di precipitarsi nel mare e finire così la sua misera vita. Decisero però diversamente i Fati e rimasto a mezz’acqua il bel giovanetto, vollero lui mutato in poggio che si bagna nel mare e lei in uno scoglio che gli è dirimpetto: lui poggio bellissimo dove accorrono le gioconde brigate, in lui dilettandosi, lei destinata ad albergare gli omicidi ed i ladri che gli uomini condannano alla eterna prigionia — così eterno il premio, così eterno il castigo.”

Matilde Serao, nel suo Leggende Napoletane (1895), ha dedicato “La leggenda dell’amore” a Posillipo e Nisida, così vicini, che sembrano guardarsi negli occhi in una storia d’amore impossibile.

Bibliografia

V.DI RENZO, I. ARIENZO, L. CIVETTA, M. D’ANTONIO,S.TONARINI, M.A. DI VITO, G. ORSI, The magmatic feeding system of the Campi Flegrei caldera: Architecture and temporal evolution, Che- mical Geology 281, 2011.

A.FEMI MISSANO, Nisida-Materiale Per Una Ricerca Sul Territorio Documenti e Immagini Edizioni Circolo Nuova Italsider, Ercolano, 1987.

A.MAIURI, Passeggiate Campane, 3a edizione, Firenze, 1957, pp. 31-36.

Anna Abbate
Archeologa, consulente informatica e web design freelance. Nata a Napoli, si occupa dal 1971 di Information Tecnology dopo essersi formata alla IBM come Analista Programmatore. Dopo una vita vissuta nel futuro ha conseguito la Laurea Magistrale in Archeologia presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa”. Divide il suo tempo tra la passione per l’informatica e la ricerca storica. Con alcuni amici archeologi ed antropologi ha fondato nel 2011 il “Gruppo Archeologico Kyme”, associazione di promozione sociale, della quale attualmente è presidente, organizzando giornate di valorizzazione e promozione del patrimonio storico-archeologico e delle tradizioni dedicate soprattutto alle scuole. Si occupa, in particolare di Napoli e del territorio flegreo. Ha pubblicato i libri "Da Apicio... a Scapece (Valtrend Editore, 2017), "Biancomangiare... il Medioevo in tavola" (Valtrend Editore, 2018).

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