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La Maschera e il Volto: Pulcinella, la Campania e il mito di Horus | Prima parte

La maschera di Pulcinella, unica maschera arcaica lo ricordiamo ancora semanticamente presente nel valore ereditario dei Campani, Pulcinella ha sempre suscitato grande interesse oltre che essere la maschera carnevalesca più conosciuta al mondo per il peculiare fascino.

Il suo fascino, il suo essere elemento di fascino arcaico, misterioso, è dovuto al fatto che come maschera mediterranea proietta la sua origine all’origine stessa dei culti funerari ed esistenziali dell’uomo in un passaggio antropico fondamentale: il suo (dell’uomo) riconoscersi come Volto nell’esperienza di un simulacro, una protesi oltre il volto stesso. Interfaccia tra il corporeo e il non corporeo, tra il dentro e il fuori, tra noi e l’assolutamente altro. Basta ricordare che il primo mito della maschera e il volto, lo ritroviamo scritto teologicamente nel Genesi (1). La creazione dell’uomo e della donna, nel Genesi, interviene in un momento particolare della creazione stessa.

Nel paradiso terrestre, l’ha-hadama, il primo uomo, fatto dalla terra, è solo, è identico a se stesso e ne soffre. Adamo chiede al Signore suo creatore di avere una compagnia. Mosso a pietà, Dio toglie da un fianco Eva, (Aiewa) e gliela mostra con un atto tutto particolare: gli mostra il suo volto, come se fosse la sua maschera, gliela pone di fronte con un verbo che intende anche ostilità; in ebraico Keneguedò: la porrò di fronte a te, perché vi guardiate bene in volto, di fronte l’uno all’altro. E’ un aspetto della immagine e della somiglianza con cui Dio ha fatto l’uomo. Il volto dell’uomo versus Eva, l’alternanza, l’alterità di genere, sarebbe per somiglianza, il Volto di Dio, ciò che Dio mostra di sé. Dio non mostra mai il suo volto ma la schiena: potrebbe terrificare e annichilire l’osservatore. Mosè di conseguenza, quando parla con Dio, nel tabernacolo, si maschera il volto (2).

Tutti noi siamo stati impressionati dalle stupefacenti maschere mortuarie auree ritrovate a Micene nel cosiddetto tesoro di Atreo che datano nel XVI sec. avanti Cristo: stupefacenti per la testimonianza di quel che diciamo, nei tratti così profondamente veri del volto dei principi achei. E altrettanta bellezza ed espressività la troviamo nella maschera-antefissa fittile di Acheloo, proveniente proprio da Santa Maria Capua Vetere del VI sec. a. C. Del resto è nelle valli e nei villaggi dell’alta Siria mesopotamica che le maschere degli antenati fanno il loro ingresso nella storia degli uomini, segnando il discrimine vero fra storia e protostoria antica. E siamo all’alba della civiltà, intorno al 7.ooo a.C. Dalle sabbie calde e asciutte dei deserti della mezza luna fertile, del deserto arabico o nilotico, mummie naturalmente essiccate, lasciavano intravedere il volto come maschera. L’accuratezza del volto mummificato o dei sarcofaghi egiziani, rendono bene l’espressività del volto umano che si voleva conservare nelle sue fattezze vive, quanto più vicine all’immagine del defunto. Il suo Ka, la duplicazione figurale del suo aspetto, doveva essere ben evidente agli occhi di tutti, ne era la sua più autentica rappresentazione ed identità  (3).

Addirittura nell’India vedica è Prajapati stesso a farsi maschera, quando dopo il faticoso parto di 33 divinità, parto dal suo stesso corpo, sfinito, decide di farsi il maquillage, inventando il trucco e il mascheramento. Confermato dall’uso delle madri, nell’India antica, di proteggere il volto dei bambini, dopo un bagno rituale, con un attento maquillage, un attento trucco, per proteggere i bambini dalle invisibili potenze malefiche (4).

Il valore epifanico, teologico della questione non è riconosciuto però da sempre e da tutti. La questione è pertinente alla stessa natura umana e al tentativo di farsi una ragione di questo totalmente altro, tanto che gli antichi affidavano alla parola numen, il senso di questa esperienza dell’intorno sacrale, del territorio di domanda sul chi e il cosa dell’esperienza umana. Il che cosa sia questa cosa dell’essere. La tale qualità dell’essere. I numina erano le genealogie ancestrali del genere umano e avevano nelle maschere dei lares, degli antenati la loro eloquente espressione. Le maschere dunque sono un elemento linguistico in un contesto di una ierofania, di una epifania del sacro molto particolare. Sono esperienze che attengono al mimicry, al mimetismo animale e dunque alla volontà degli uomini di imitare-, nel senso dell’imitazione dei segni-, l’animale totemico, in un contesto totemico fondamentale.

Scrive Roger Caillois in La maschera e la trance:” Uno dei misteri principali dell’etnografia risiede palesemente nell’impiego che viene generalmente fatto delle maschere nelle società primitive. A questi strumenti di metamorfosi viene dunque attribuita un’importanza estrema e sacrale. Essi fanno la loro apparizione nel corso della festa, interregno di rapinoso fervore e instabilità, in cui tutto ciò che al mondo c’è di stabile e ordinato viene provvisoriamente abolito per riuscirne nuovamente vivificato. Le maschere, sempre fabbricate in segreto e dopo l’uso, distrutte o nascoste, trasformano gli officianti in Dei, in Spiriti, in Animali-Antenati, e in ogni sorta di forze soprannaturali terrificanti e fecondatrici” (5). E che le maschere abbiano questo significato, lo conferma M. Baistrocchi per le maschere nord-africane in legno, rilevando tra l‘altro per la maschera in legno dei Dan della Costa d’Avorio, una somiglianza con le maschere del carnevale: ”Effimera o durevole, la maschera diventa un secondo volto, che trasforma l’individuo dall’interno, abolendo il volto che ricopre e sostituendosi ad esso. Durante le cerimonie rituali il portatore della maschera perde così la propria identità per assumere quella della divinità o del personaggio mitico che incarna, rendendone reale la presenza” (6).

Note alla prima parte

1) Genesi 1-26,1-27.( 1982). Milano: Mondadori; Genesi rabbah, Commento al Genesi VIII, 1-VII,2. ( 1978). Torino: Utet.; Tagliaferri R. (2009). La tazza rotta.pag.109-111.Padova: Ed. del Messaggero.

2)Esodo 3,4;33-34.(1982).Milano: Mondadori; Busi G.(1999). Simboli del pensiero ebraico. Alla voce ‘Selem’.Torino:Einaudi.

3)Frangipane M.(2006 .)Il neolitico e la protostoria del Vicino Oriente,in Il Mondo Antico, vol.1.Roma:Salerno editrice; Marini A.(2006). Civiltà micenea e civiltà greca, in Mondo Antico, vol III. Roma: Salerno editrice.; Colonna G.(1991).Le civiltà panelleniche, pag.57,in Storia e civiltà della Campania. L’Evo antico. Napoli: Electa; Iakovidis S.E.( 2007).Micene-Epidauro, pag.60-61.Atene:Ekdotike Athenon.

4)Calasso R.(2010).L’Ardore, pag 99-101.Milano:Adelphi; Stork H.E.( 2001). Le donne mediatrici delle tradizioni familiari, pag.59,in La Religione, vol. IV. Torino: Utet.

5)Caillois.R.(1981).I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine, pag.104-109.Milano:Bompiani;Tagliaferri. R. La tazza rotta,pag.106-114, op.cit.;

6)Baistrocchi. M(1996). I volti dell’Africa nera,in Archeo, Anno XI,n.9, settembre. Milano.

Vincenzo Crosio
Vincenzo Crosio
Vincenzo Crosio è nato a Napoli nel ‘50. È scrittore, poeta, saggista. È stato rettore del Seminario teologico politico di Salsomaggiore Istituto Sobozan, Fudenji. insegnante relatore all'Istituto Filosofico di Napoli, specializzato nella Interpretazione dei testi antichi tra Oriente ed Occidente. È stato editorial board di Scienze e ricerche, su cui ha pubblicato saggi di epistemologia semantica, antropologia e filosofia, tra cui importantissimi contributi sulla civiltà della Campania antica e dei Campi Flegrei.

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