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C’era una volta il rap | Napoli vista da lontano

C’ era una volta il rap. Il rap che, già nella prima metà degli anni ottanta, come genere musicale di protesta, aveva sostituito il blues ed il folk come forma di protesta negli stati uniti. Nel corso del tempo, vuoi anche per la facilità con cui si poteva preparare una base musicale anche con strumenti casalinghi per poi parlar- cantarci sopra, il rap, l’hip hop, è divenuto familiare ad un sempre maggior numero di fruitori di qualunque estrazione sociale. Una di queste “biforcazioni” è poi sfociata nel “gangsta rap” ovvero quella particolare forma musicale che nei propri testi parlava di vita di strada, sparatorie, omicidi, clan malavitosi e chi più ne ha più ne metta. E che gli scritti non fossero proprio frutto di fantasia ma racconti di vita vissuta lo si evinceva anche dalle numerose sparatorie  e omicidi fra membri di case discografiche, cantanti e musicisti ( uno per tutti: Tupac Shakur).

In Italia siamo come al solito stati capaci di prendere soprattutto il lato più negativo del fenomeno americano ed ecco farsi avanti (dopo l’onda di protesta delle “posse”) canzoni rap che esaltavano la vita di strada, la malavita, la “carriera” di chi si fa avanti nelle fila del crimine organizzato.

Ma siccome al peggio non c’è mai fine ecco piano piano fare capolino la degenerazione dei testi rap (e il suo fratellastro molto alla lontana: il “trap”). Ed i testi cominciano a parlare di elogio allo stupro di esaltazione dei maltrattamenti sulle donne di massacri compiuti su barboni, cani randagi…

Il rapper odierno (non tutti per fortuna ma quanto bastano) esalta il lusso come aspirazione massima della vita (vestiti firmati, rolex d’oro, automobili che possono permettersi solo gli sceicchi arabi) ed invita a trattare la donna come oggetto sessuale e nulla più.

Ma dal momento che al peggio non c’è mai fine ecco farsi largo, tra la sbracciante folla, tutta una serie di pseudo artisti che nelle loro canzoni raccontano in maniera dettagliata lo stupro e conseguente omicidio di una donna. Bel primato davvero dell’avanzato grado di civiltà raggiunto sulla italica penisola. E’ di questi giorni la polemica sulla partecipazione del rapper Junior Kelly al festival di San Remo, ma già “skioffy” in una sua canzone se la scialava tra bestemmie descrizioni di stupro e ammazzamenti femminili vari.

Nessuno sembra rendersi conto della pericolosità che tutto questo provoca tra il pubblico degli adolescenti sempre portati all’imitazione dell’ “artista” del momento, se questo tipo di “cantanti” vengono comunque invitati in note trasmissioni televisive. Perché il problema nel problema è che finchè queste persone faranno notizia continuerà come se nulla fosse anche la loro “copertura mediatica”.

Redazione
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