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Lo sciamanesimo ctonio nei Campi Flegrei. Il ramo d’oro e il VI canto dell’Eneide. Note di antropologia religiosa. (IV e ultima parte). Bibliografia

Distinguiamo per questo a)una fase di deposito antica evidente nel rito di combustione del cadavere di Miseno, delle origini indoeuropee di tale rito (more parentum), innalzamento della pira,unzione del cadavere, bruciamento del cadavere insieme con le offerte rituali e successiva  aspersione (tre volte) con acqua lustrale di purificazione dei compagni di Miseno ed Enea. Dentro questa cornice rituale, avviene b)il ritrovamento e lo spiccamento del ramo d’oro, secondo il rito (rite repertum carpe manu), un rito questa volta misterico,orfico,(così come poco prima v.119 gli indica la Sibilla citando esplicitamente il fondatore dei misteri, Orfeo nella prima catabasi agli inferi) dell’iniziazione di Enea  alla  c)nekyomanzia, estraneo, non greco, pregreco, traco-frigio e accolto successivamente ad Atene solo nel VII secolo come “mistero” dionisiaco-orfico, sotto l’egida di Apollo oracolare e guaritore. Sul ramo d’oro si sono fatte molte speculazioni, su cui in seguito spero di ritornare con più precisione. Qui conta che sia un ramo di lamine, ripeto di lamine d’oro, che crepitano alla carezza del vento ( sic leni crepitabat brattea vento), che deve essere offerto come munus, come dono a Proserpina. Di seguito dunque il sacrificio rituale dei giovenchi, le offerte di primizie(libamina prima) e l’invocazione(epiclesi) ad Ecate, che ha il dominio celeste ma anche infero(Hecaten caelo Ereboque potentem), e che subito dopo inaugura la ierofania, la scena sacra entro cui avviene la nekyomanzia, la consultazione dei morti attraverso la catabasi al centro della quale c’è l’incontro di Enea col padre Anchise che gli espone la dottrina orfica del ciclo delle rinascite (le incorporazioni, sèma soma), attraverso una purificazione delle anime presso le fonti dell’Oblio dai peccati, dai crimini commessi e dai ricordi luttuosi. Che in questo contesto il ramo sia di lamine d’oro e che venga appeso alle porte dell’Ade è un ‘antica memoria del rituale dell’obolo che veniva posto sotto la lingua ai morti per il pagamento, il prezzo da pagare perché il morto, l’anima del morto potesse avere accesso al rito di purificazione(catarsis lethàia) e che diverrà nell’orfismo pitagorico successivo,d) il rituale con l’invocazione alla dea Memnosyne (la memoria) attestato nelle lamine d’oro orfiche di Hipponion presso Crotone con cui venivano addobbati i cadaveri. Nella  iscrizione scoperta a Cuma  del VII a.c. attestante l’attività mantica(epimanteuestai) sotto la protezione di Hera, che viene intelligentemente ripresa da Virgilio nel III e nel VI libro dell’Eneide e nella lastra in greco datata al V a.c. secolo che attesta la presenza a Cuma di una comunità orfica-pitagorica (Bebakkumenoi), viene indicata questa città dunque come espressamente dedicata alla cultualità del profetismo oracolare e del rito di passaggio all’oltretomba. In queste lamine d’oro di Hipponion(Crotone) e Thurii, come nel papiro funerario di Derveni del V secolo a.c. presso Salonicco e nelle molteplici attestazioni cumane, la provenienza frigio-anatolica del culto mantico e oracolare, giustifica quella iniziale dichiarazione del Dodds che assegna a questo mondo la qualificazione di sciamanico,  di concezioni magiche e di tecniche primordiali dell’estasi universalmente diffuse. Lo testimonia la catabasi di Enea lungo l’asse della Notte,Nux (la perdita della coscienza), l’approssimarsi del giorno, l‘Aurora,Ahusas (il Risveglio della Coscienza), e del Giorno,Dyaus, la luce del Giorno, cioè l’avverarsi della Coscienza pura. Questo asse è l’Axis mundi intorno a cui gira -a ben vedere- anche il mito della caverna di Platone. Come opportunamente e senza alcun dubbio interviene per ultimo Giovanni Pugliese Carratelli in “Religiosità preolimpica e misterica”, pag.454:”Se  l’immagine di Pitagora non sia riducibile a quella di uno shaman (più sapiente che sciamano), non è dubbio che nella figura di Pitagora come in quelle di altri mitici o semimitici uomini divini e meravigliosi (daimonioi kai thaumastoi) quali Orfeo, Epimenide, Aristea, siano presenti tratti sciamanici; questo è fuori discussione”. Ci riserviamo in un altro saggio, più ampio e motivato in senso specifico, di argomentare questa intuizione in modo più esteso, intuizione che qui per motivi di sintesi non è stato possibile. Bisogna raccogliere il monito di Virgilio, ricercare l’antica madre, (antiquam exquirite matrem), studiarla con amore e dedizione, scriverne il senso e la geografia, come in qualche modo fece il grande G.B.Vico nel ”De antiquissima Italorum sapientia” e nella “Scienza Nuova”, archeologia dei saperi umani che nel Novecento è stata ripresa in modo ineguagliata da M.Foucault.

Bibliografia essenziale:

G.Pugliese Carratelli.Tra Cadmo e Orfeo. Il Mulino; Storia civile in Megale Hellas,Utet

G.Maddoli.I culti greci in Campania, in Storia e Civiltà della Campania,l’Evo Antico. Electa

M.Detienne. Puissance du jallissement. Entre mytes e paysages, in” Il destino della Sibilla”. Bibliopolis

F.Zevi. Virgilio e la topografia storica dei Campi flegrei, in ” il destino della Sibilla”. Bibliopolis

E.Federico. Culti,miti, feste:una religione nella società. La Grecia.Storia d’Europa e del mediterraneo. Salerno editrice

Vincenzo Crosio
Vincenzo Crosio
Vincenzo Crosio è nato a Napoli nel ‘50. È scrittore, poeta, saggista. È stato rettore del Seminario teologico politico di Salsomaggiore Istituto Sobozan, Fudenji. insegnante relatore all'Istituto Filosofico di Napoli, specializzato nella Interpretazione dei testi antichi tra Oriente ed Occidente. È stato editorial board di Scienze e ricerche, su cui ha pubblicato saggi di epistemologia semantica, antropologia e filosofia, tra cui importantissimi contributi sulla civiltà della Campania antica e dei Campi Flegrei.

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