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Mausolei romani in Campania: Teste Cerate

Nel 1852 gli archeologi Giuseppe Fiorelli e Giulio Minervini rinvennero un mausoleo romano del I. secolo d.C. durante una  campagna di scavo nella necropoli di Cuma promossa da Leopoldo di  Borbone, Conte  di Siracusa  e fratello del  re Ferdinando II, nel fondo di Stanislao Palumbo, ad est della via Vecchia Licola a Palombara, oggi via Licola Cuma 10.

Il mausoleo, composto da una camera ipogea a forma rettangolare, conteneva quattro defunti, due dei quali avevano al posto del cranio una maschera di cera, da ciò prese il nome di Mausoleo delle “teste cerate”.

La parte superiore della struttura, visibile ancora oggi, ha una forma ottagonale, alta circa tre metri, rivestita da intonaco, edificata in opera mista con paramento in opera reticolata, tufelli e fasce in laterizio.

Un particolare della struttura dove si leggono bene le varie tecniche edilizie utilizzate.

Lungo i lati della camera ipogea, in alto correva una cornice sulla quale erano deposti lucerne e vasi in terracotta e vetro.

Pianta del mausoleo delle “Teste cerate” (MINERVINI 1853).

Sui lati della camera correvano alcune nicchie contenenti urne funerarie  e tre letti in muratura, uno dei quali ospitava due defunti mentre gli altri due letti un solo defunto.

La particolarità delle deposizioni è che i defunti erano tutti privi di cranio ma i due deposti sul letto di sinistra, al posto del cranio, avevano maschere di cera con occhi di vetro.

Dal confronto con i mausolei cumani noti è possibile ipotizzare per quest’ultimo due fasi di occupazione:

  1. lo stile architettonico dell’edificio e le urne ad incinerazione lo datano al I secolo d.C.;
  2. lo studio dei vasi in vetro che componevano il corredo e il ritrovamento nel mausoleo di una moneta di Diocleziano spostano la datazione tra la fine del III / inizio del IV secolo d.C.

Delle due teste di cera, purtroppo, ne è sopravvissuto una sola conservata presso il medagliere del Museo Archeologico  Nazionale  di Napoli  (inv. 86.497).

L’uso di ricavare maschere in cera dai visi dei defunti ricorrendo alla tecnica del calco, cioè facendo aderire il gesso direttamente sul viso del morto è molto antica. Il gesso, una volta indurito, era utilizzato come stampo dove si faceva colare la cera.

IMAGINES MAIORUM

L’uomo da sempre ha sentito la necessità di raffigurare l’essere umano, fa parte della sua stessa struttura psichica e cognitiva. L’antropologo Ernst Kris ( La leggenda dell’artista, Torino 1980 ) sostiene che, in origine, vi fosse la credenza magica che l’anima di un uomo risiedesse proprio nella sua immagine.

Maurizio Bettini, filologo, latinista e antropologo, tra i racconti mitici sull’origine dell’arte del ritratto riporta quello, raccontato da Plinio:

“La figlia del vasaio Butade di Sicione aveva disegnato su un muro al lume di lucerna il contorno dell’ombra dell’amato. Il padre riempito il profilo della figura di argilla, aveva poi cotto il rilievo in terracotta, così sarebbe nato il ritratto.

Nel racconto di Plinio è messo in evidenza il potere assoluto dell’immagine capace di rendere presente ciò che non è più, di immortalare in effigie l’essere umano cosa che rappresenta l’unica via per sottrarsi all’oblio del tempo.

Nel’atrio delle dimore dei patrizi romani venivamo conservate,in un armadio di legno, le immagini degli antenati ricavate in cera dal volto del defunto.

Durante le cerimonie venivano applicate sul volto dei discendenti che somigliavano di più ai defunti e indossandone anche le vesti. Questa usanza risale ad un periodo tra il 167 e 1l 150 a.C. come testimonia Polibio (Hist., vi, 53) ma ne parlano anche Plinio (Nat. hist., xxxv, 2, 6), Cicerone ed altri.

Plinio definisce le imagines anche come «statuarum capita», «imagines pecuniae» e “volti”, intesi sia nel senso di “maschere” («voltus Epicuri») che vere e proprie maschere di cera («expressi cera vultos»).

Sallustio si sofferma sul forte impatto emotivo che le imagines maiorum dovevano offrire, tanto che, davanti a ritratti di uomini illustri come Quinto Massimo e Publio Scipione «l’animo loro si infiammava di virtù, tanta forza non risiedeva nel singolo oggetto della maschera di cera nè nella visione della figura ma piuttosto nella memoria delle loro gesta».

Ancora oggi, per conservare il ricordo dei nostri cari usiamo mettere sulle lapidi foto che li rappresentano in momenti felici e per la ricorrenza della loro dipartita usiamo ricordarli pubblicando sui social immagini che li ritraggono quando erano giovani, con la famiglia, con i figli aggiungendo alle immagini frasi in ricordo, spesso prese da aforismi e frasi celebri.

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Anna Abbate
Archeologa, consulente informatica e web design freelance. Nata a Napoli, si occupa dal 1971 di Information Tecnology dopo essersi formata alla IBM come Analista Programmatore. Dopo una vita vissuta nel futuro ha conseguito la Laurea Magistrale in Archeologia presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa”. Divide il suo tempo tra la passione per l’informatica e la ricerca storica. Con alcuni amici archeologi ed antropologi ha fondato nel 2011 il “Gruppo Archeologico Kyme”, associazione di promozione sociale, della quale attualmente è presidente, organizzando giornate di valorizzazione e promozione del patrimonio storico-archeologico e delle tradizioni dedicate soprattutto alle scuole. Si occupa, in particolare di Napoli e del territorio flegreo. Ha pubblicato i libri "Da Apicio... a Scapece (Valtrend Editore, 2017), "Biancomangiare... il Medioevo in tavola" (Valtrend Editore, 2018).

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