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Filoellenismo ed ellenismo greco-romano in Campania e nei Campi Flegrei (I parte)

Il periodo ellenistico riguarda, storicamente e culturalmente, un’epoca che dura all’incirca 900 anni dalla conquista dell’Asia minore e dell’Asia interiore ad opera di Alessandro Magno fino alla conquista da parte dell’impero romano  di quello che dell’impero alessandrino era rimasto e che permea poi proprio attraverso l’ellenismo greco romano tutta l’ecumene, tutto il mondo conosciuto dalla Britannia alle ultime sperdute propaggini dell’Oriente asiatico, anzi ne diviene, (l’impero romano), il suo veicolo maggiore e il meridione greco d’Italia e la Campania e i Campi flegrei in particolare, la chiave di volta per comprendere fino in fondo cosa sia stato il filo ellenismo prima e poi l’ellenismo greco romano. Fino -come estrema data e culturazione del mondo in senso ellenico- alla messa al bando della scuola filosofica d’Atene nel 529 d.c. da parte di Giustiniano I, il cui ultimo scolarca, Damascio, si rifugiò presso Corsoe I di Persia.

L’ellenismo è – come si espresse Droysen -l’età moderna dell’antichità, un ecumenismo storico e culturale che si scontra, s’incrocia e si confronta con tutta la civiltà allora conosciuta, un fenomeno che può essere capito e compreso paradossalmente solo alla luce della moderna ed ultima globalizzazione planetaria; ellenismo dove l’ecumene greca genera la koinonia, la comunità universale, quella romana  con lo jus gentium ne completa l’opera e da ultimo l’ecumenismo latino cristiano ne fonda la proiezione più lontana nel tempo.

Una grande onda di cambiamento, ellenistico, greco-romano e poi cristiano demolisce e ricostruisce le strutture politiche, economiche e culturali del mondo antico. La civiltà greca della polis, si estende oltre i confini greci per incontrare le culture euroasiatiche, in particolare greco-romane d’Occidente e d’Oriente. Dalla Scizia alle regioni dell’Indo, dalla Spagna all’Arabia e all’Africa sahariana, la lingua greca e poi quella romana diventano le lingue della contemporanea universalità mondo. Nuove metropoli prendono il sopravvento al posto di Atene, come Alessandria che diventa un faro ed un centro unico di civiltà, di bellezza di cultura, Pergamo, Antiochia, Cesarea, e poi infine Roma imperiale. Ed era abbastanza scontato che dopo le posizioni conservatrici di Catone il vecchio che denunciava questa onda inarrestabile di innovazione, di costume, di identità, e di cultura dell’ellenismo trionfante come decadenza del ‘mos maiorum’, della moda e stile di vita romano repubblicano, la obiettiva superiorità raggiunta dal pensiero greco in ogni campo del sapere, diventasse privilegio e conforto della nuova classe politica ed intellettuale del mondo romano.

Il filo ellenismo del circolo degli Scipioni, ostentato negli abiti, negli arredi delle case degli aristocratici romani, divenne moda di genere per chiunque volesse ragionare, parlare e comportarsi come un uomo greco. La grecità divenne oltre che uno stile, una cultura e in alcuni casi un sogno di modernità eccentrica, per l’appunto una moda nel senso che ne da oggi, dopo Roland Barthes, il postmoderno e la globalizzazione, un cosmopolitismo.

Tulle le genti, tutti i costumi, persino le religioni ebbero sotto l’ellenismo e sotto la cultura ellenistica greco romana una considerazione che nell’antichità preromana e pregreca non avevano mai avuto. Per i Greci del tempo di Pericle, gli stranieri orientali erano barbari. Ricordiamo qui per darne il senso concreto due personalità, prima di inoltrarci nell’esame specifico dell’argomento proposto nel titolo, oltre ad Alessandro Magno il capostipite di questa avventura tra Occidente ed Oriente, Paolo di Tarso e l’Imperatore e augusto romano, nato in Spagna e morto a Baia, Adriano. Paolo a Pozzuoli vi sbarcò per il famoso processo che la giustizia romana gli aveva intentato e Paolo di Tarso conosceva l’ebraico, l’aramaico lingua popolare della Siria fenicia, il greco ed il latino, ed era un civis romanus per nascita. Di Adriano parleremo più avanti ed estesamente ma a proposito di un altro capitolo fondamentale dell’ellenismo, della sua modernità.

Nel primo secolo dopo Cristo a Pozzuoli primo porto dell’Impero romano, convergevano le merci e i popoli di tutto il mondo. Alla Scola militum misenate e nei borghi vicini, si parlavano, per l’afflusso di equipaggi   e mercanti provenienti dalle quattro direzioni del mondo mediterraneo ed oltre, ben sette lingue diverse: il greco, il fenicio, l’aramaico, il nabateo, il siriaco, l’ebraico colto, il latino, tanto per dar conto del fenomeno; ed altrettanti culti e riti orientali, mediorientali venivano praticati nell’Italia e nel mondo greco romano. Tra cui lo ricordiamo le religioni misteriche con cui anche il cristianesimo, attraverso il mitridatismo e il culto mariano di Iside, veniva associato.

Orazio e non Catone, Virgilio e non Cesare, Catullo e non Catilina, Cicerone e non Pompeo, potevano dirsi uomini del mondo nuovo, dell’ecumenismo greco romano. Come dice Orazio, che aveva studiato greco, retorica e filosofia ad Atene, nelle epistola II-1-56: ‘La Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore e introdusse le arti nell’agreste Lazio’.

La civiltà contadina romana e laziale cede lo spazio alla cultura e alla civiltà greca ed ellenistica senza la quale non ci sarebbe stata nemmeno l’idea del divus augustus et imperator, la monarchia orientale trapiantata a Roma, del diritto delle genti che l‘Imperatore romano d’Oriente, Giustiniano, fece raccogliere come tappa miliare della legislazione greca e romana nel suo Corpus iuris civilis. E non ci sarebbero stati nemmeno gli impianti ellenistici-romani, gli edifici, la statuaria e le architetture di Roma, delle nuove colonie ellenistiche romane d’Oriente e di Spagna, della Campania, di Pozzuoli e Baia che furono letteralmente ridisegnate e ripensate dai nuovi padroni del mondo che a quello stile nuovo, elegante e possente allo stesso tempo, si ispirarono per renderle culturalmente e esteticamente così pregne di ellenicità.

Non ci sarebbe stato, tanto per dire,  l’Ellenismo trionfante di Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio che dedicarono il loro tempo alla restaurazione di un impero che non era più solo romano, non ci sarebbe stato il lascito monumentale e statuario più ricco del mondo in Campania e in particolare nei Campi flegrei, non ci sarebbe stata la biblioteca dei papiri ad Ercolano, non ci sarebbero state le terme romane di Baia, il sacello degli augustali a Miseno , il Ninfeo di punta Epitaffio, e tutto il repertorio delle copie romane delle statue originali greche. Come afferma Hans-Joachim Gehrke, uno dei massimi studiosi dell’ellenismo in età recente, dobbiamo capire come un’idea così universale, ecumenica, sia stata in grado di riformulare in termini locali questa idea di ellenicità. È quello che dobbiamo capire per quanto riguarda la Campania e i Campi flegrei, ma questo specifico nei prossimi articoli.

Vincenzo Crosio
Vincenzo Crosio
Vincenzo Crosio è nato a Napoli nel ‘50. È scrittore, poeta, saggista. È stato rettore del Seminario teologico politico di Salsomaggiore Istituto Sobozan, Fudenji. insegnante relatore all'Istituto Filosofico di Napoli, specializzato nella Interpretazione dei testi antichi tra Oriente ed Occidente. È stato editorial board di Scienze e ricerche, su cui ha pubblicato saggi di epistemologia semantica, antropologia e filosofia, tra cui importantissimi contributi sulla civiltà della Campania antica e dei Campi Flegrei.

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