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Napoli, padre Luigi Maria Nasta, quando il Vangelo diventa una porta aperta sugli ultimi

Ci sono uomini di Chiesa che vengono ricordati per gli incarichi ricoperti, per i titoli, per le responsabilità assunte dentro le istituzioni. E poi ci sono uomini che, al di là degli incarichi, vengono ricordati soprattutto per ciò che hanno saputo lasciare nella vita concreta delle persone. Padre Luigi Maria Nasta, carmelitano, apparteneva certamente a questa seconda categoria.

La sua morte, avvenuta l’11 settembre 2026 all’età di 71 anni, consegna alla Chiesa napoletana e alla città una figura che merita di essere ricordata non soltanto per la sua lunga appartenenza all’Ordine Carmelitano, ma soprattutto per aver trasformato una intuizione evangelica in una presenza concreta, quotidiana, ostinata: la Mensa del Carmine.

Era il 13 giugno 1986, giorno di Sant’Antonio, quando quella Mensa cominciò la sua storia. All’inizio furono dodici persone indigenti. Poche persone, un pasto, una porta aperta. Ma talvolta le grandi storie cominciano proprio così: senza clamore, senza grandi dichiarazioni, con un gesto elementare capace però di contenere una visione del mondo.

Quella di Padre Nasta non fu semplicemente l’idea di distribuire del cibo. La Mensa avrebbe dovuto essere un luogo nel quale chi arrivava potesse ritrovare, insieme a un piatto caldo, qualcosa di ancora più essenziale: accoglienza, ascolto, rispetto, dignità. Non soltanto qualcuno a cui dare, ma qualcuno da incontrare. È qui che la storia di Padre Nasta diventa più grande della storia di una mensa. Perché dietro quel gesto c’era una precisa intuizione cristiana: l’ultimo non è un destinatario dell’assistenza, è una persona. E se il Vangelo ha ancora qualcosa da dire alla storia, deve dirlo anzitutto attraverso il modo in cui una comunità guarda chi vive ai margini.

La pagina evangelica di Matteo 25 — «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare» — nella sua esperienza non rimase una pagina da proclamare durante una celebrazione. Diventò una porta, una cucina, un tavolo, un pasto condiviso, una relazione umana. E forse è proprio questo il modo più concreto di intendere il Vangelo.

Ma Padre Luigi Nasta non fu soltanto il sacerdote della Mensa. La documentazione dell’Ordine Carmelitano restituisce una figura molto più complessa e inserita nella storia del Carmelo napoletano. Nel 2001, durante il Capitolo generale dell’Ordine, Nasta compare come Commissario Generale della realtà carmelitana di La Bruna. Nel 2003, nel Capitolo del Commissariato di Santa Maria della Bruna celebrato proprio al Carmine Maggiore di Napoli, viene eletto primo consigliere.

Sono responsabilità che raccontano un uomo pienamente dentro la vita e anche dentro le strutture del proprio Ordine. Non un religioso estraneo all’istituzione, dunque, ma un uomo che ne conobbe dall’interno responsabilità, problemi, decisioni e fatiche. Ed è proprio questo a rendere ancora più interessante la sua vicenda. Perché la sua vita sembra tenere insieme due dimensioni che troppo spesso nella storia della Chiesa vengono separate: la vita dell’istituzione e la strada, il convento e la città, la spiritualità e la carne concreta della povertà.
Da una parte il Carmelo, i Capitoli, le responsabilità dell’Ordine. Dall’altra la Mensa, i poveri, gli esclusi, le persone senza dimora. Due mondi che in Padre Nasta non sembrano essersi contrapposti, ma incontrati

Anche negli anni successivi continuò a essere parte della vita del Carmine. Nel 2019 la Diocesi di Napoli lo nominò vicario parrocchiale della Parrocchia Maria Santissima del Carmine Maggiore, incarico dal quale sarebbe stato sostituito nel 2025. Significa che fino agli ultimi anni della sua vita rimase profondamente inserito nella comunità del Carmine e nella sua vita pastorale.


Intanto la sua Mensa continuava a vivere. Quarant’anni dopo quel primo 13 giugno 1986, l’intuizione di Padre Nasta è diventata una realtà capace di accogliere quotidianamente centinaia di persone. Non più soltanto quei dodici poveri del primo giorno, ma una moltitudine di uomini e donne attraversati dalle nuove e vecchie povertà di una città che, nel frattempo, è profondamente cambiata. E forse questa è la misura più vera di una vita: non ciò che un uomo ha posseduto, ma ciò che continua a vivere dopo di lui.

Non sappiamo ancora tutto di Padre Luigi Maria Nasta. La ricerca storica sulla sua vita personale è ancora incompleta. Mancano, almeno nelle fonti facilmente accessibili, molti particolari della sua formazione, della sua giovinezza, dell’ingresso nel Carmelo, degli anni della sua formazione sacerdotale. Mancano soprattutto molte delle sue parole personali. E proprio questo ci invita a non costruire su di lui un’immagine artificiale. Non sappiamo se si definisse progressista o conservatore, tradizionalista o innovatore. Non abbiamo bisogno di appiccicargli un’etichetta. Non abbiamo nemmeno elementi sufficienti per inserirlo dentro una particolare corrente teologica. Abbiamo però qualcosa di più concreto: quarant’anni di una scelta. Una scelta che dice molto più di tante definizioni. Aprire una porta. Mettere un tavolo. Preparare un pasto. Accogliere chi arriva. Guardare negli occhi chi spesso la società preferisce non vedere. E continuare a farlo per quarant’anni.

Forse oggi, davanti alla morte di Padre Nasta, dovremmo evitare anche la tentazione di trasformare la sua
storia in una semplice celebrazione nostalgica. La sua eredità non chiede soltanto di essere ricordata.
Chiede di essere interrogata. Perché cosa significa essere Chiesa quando fuori dalle nostre porte ci sono
persone che hanno fame? Che cosa significa parlare di Vangelo quando un uomo non ha una casa? Che
cosa significa proclamare la dignità della persona se poi quella persona viene lasciata sola ai margini della
città? Sono domande antiche, ma terribilmente contemporanee. E Padre Nasta, forse senza bisogno di
proclami, ha risposto per tutta la vita con un gesto molto semplice: aprire una porta. Una porta del Carmine che conduceva verso i poveri. Ma anche una porta attraverso la quale i poveri potevano entrare dentro la comunità cristiana. È questa, forse, la parte più radicale della sua esperienza. Non portare semplicemente qualcosa ai poveri, ma lasciare che i poveri entrino nella nostra vita e mettano in discussione il nostro modo di essere cristiani.

La Chiesa napoletana perde un sacerdote. Il Carmelo perde un fratello. La Mensa perde il suo fondatore.
Ma Napoli perde soprattutto un uomo che aveva scelto di non passare oltre davanti alla sofferenza. E allora il modo più giusto per salutarlo forse non è dire soltanto: «Grazie, Padre Nasta». È domandarsi se quella porta che lui ha aperto nel 1986 siamo ancora capaci di tenerla aperta. Perché una porta aperta ai poveri non è soltanto una porta attraverso la quale entrano gli ultimi. È una porta attraverso la quale il Vangelo torna a entrare nella Chiesa.

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Redazione
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