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Dorina, prima che Pino diventasse Pino Daniele

La storia della donna che accompagnò gli esordi del cantautore: dalle prove nella Napoli degli anni Settanta alla partenza per Roma, fino ai cori di “Terra mia”

La storia della musica finisce spesso per lasciare in ombra chi è rimasto un passo indietro rispetto al riflettore principale. È un destino comune a molte figure rimaste ai margini della cronaca ufficiale solo perché, accanto a loro, c’era qualcuno destinato a diventare gigantesco. È accaduto anche a Dorina Giangrande, per troppo tempo ricordata semplicemente e riduttivamente solo come “la prima moglie di Pino Daniele”. Ma fermarsi a un’etichetta anagrafica o sentimentale significa perdere una porzione bellissima e fondamentale della nascita di un mito.

Prima dei teatri stracolmi, prima dei grandi stadi, prima che quel nome e cognome diventassero un marchio indelebile della canzone italiana, Pino era soltanto Giuseppe. Per la famiglia e per la ristretta cerchia di amici era semplicemente “Pinotto”: un ragazzo del centro antico di Napoli con le mani consumate sulle corde di una chitarra, perennemente alla ricerca di un linguaggio che potesse fondere il blues, il rock e il jazz con l’anima visceralmente popolare della sua città.

Era la Napoli della metà degli anni Settanta, una città complessa, faticosa, ma attraversata da una fermentazione artistica irripetibile. Tra i vicoli e le stanze ammobiliate stavano muovendo i primi passi giovanissimi talenti come James Senese, Enzo Avitabile, Rino Zurzolo e Rosario Jermano. Un gruppo di sognatori che, lontano dai circuiti dell’industria discografica ufficiale, stava ponendo le basi per una vera e propria rivoluzione culturale. E Dorina era lì, fin dal primo momento.

La fucina di Materdei, i nastri sovrapposti e quella canzone di David Bowie

Prima degli studi di registrazione d’avanguardia, del panno verde sui mixer e dei contratti milionari, c’erano le cantine umide, i salotti di casa e le apparecchiature di fortuna. A Materdei, nella casa di Rosario Jermano, si era creato un vero e proprio laboratorio artigianale. La tecnologia di allora era ridotta all’essenziale: per registrare un provino e ascoltare l’effetto che fa, si usavano due registratori di tipo casalingo, un Philips e un Geloso, collegati tra loro. Si incideva una prima traccia su un nastro, poi lo si riproduceva mentre su un altro registratore si incidevano la voce o una seconda chitarra, sovrapponendo i suoni in una pionieristica e rudimentale sovraincisione. Erano pomeriggi lunghi, fatti di caffè freddi, fumo di sigaretta, risate, discussioni interminabili su un accordo e strumenti appoggiati sui divani.

Ed è precisamente all’interno di questa quotidianità fatta di attese e di passione che entra in gioco Dorina Giangrande, legata a quel gruppo anche attraverso la conoscenza con Donatella Brighel, altra voce e figura carismatica della scena teatrale e musicale napoletana di quegli anni.

C’è un episodio bellissimo, di una semplicità disarmante, che restituisce appieno la magia di quei giorni. A raccontarlo è stata la stessa Dorina, un ricordo prezioso raccolto poi dal figlio Alessandro nel suo libro dedicato al padre. È un pomeriggio come tanti nella casa di Rosario Jermano a Materdei. Pino e Dorina sono arrivati in anticipo; gli altri amici e musicisti devono ancora salire le scale. Nel salotto cala quel silenzio tipico delle attese. Pino è seduto sul divano con la sua chitarra classica o acustica tra le braccia, l’attrezzo da cui non si staccava mai. Non c’è nessun pubblico da impressionare, non ci sono discografici, non c’è una scaletta da rispettare. Soltanto un ragazzo e una ragazza in una stanza. A un certo punto, quasi per spezzare il silenzio o per dire qualcosa che le parole non riuscivano a esprimere, Pino comincia a toccare le corde e attacca l’intro di “Space Oddity” di David Bowie. La sua voce sottile e profonda intona la storia dell’astronauta Major Tom. Per Dorina, quel momento preciso — un regalo intimo, inaspettato, fatto di note intrecciate nell’aria di un salotto di periferia — segnerà l’inizio ufficiale del loro legame d’amore. La musica, ancora una volta, aveva preceduto e spiegato i sentimenti.

Il bivio del 1976: il telegramma, la Fiat 500 e il viaggio verso il futuro

Il 1976 è l’anno in cui il destino presenta il conto, mettendo Pino Daniele davanti a una di quelle decisioni che cambiano la vita per sempre. È una scena che, letta con gli occhi di oggi, sembra scritta per un film. Da un lato c’è la realtà concreta, la sicurezza economica, il sollievo per una famiglia popolare: a Pino arriva un telegramma ufficiale dall’Alitalia che lo convoca a Roma per sostenere le selezioni come assistente di volo. Un posto di lavoro vero, uno stipendio sicuro, una divisa. Dall’altro lato c’è Bruno Tibaldi della EMI, che, incuriosito dai provini registrati su quei nastri consumati, ha chiesto di incontrarlo per capire se in quel ragazzo napoletano ci sia davvero della stoffa. La coincidenza è spietata: le due convocazioni a Roma cadono nello stesso identico periodo. È il classico bivio tra la prudenza e il sogno. Ed è qui che la presenza di Dorina diventa determinante. Insieme a lei, a Rosario Jermano e a Donatella Brighel, il gruppo decide di tentare il tutto per tutto. La mattina del 28 aprile 1976, quattro ragazzi stipano i loro sogni, qualche bagaglio e forse qualche chitarra dentro una piccola e utilitaria Fiat 500 bianca. L’automobile è proprio di Dorina. Le testimonianze dell’epoca raccontano di quanto Dorina lo abbia spronato in quelle ore di incertezza, rassicurandolo, spingendolo a non mollare la chitarra per una divisa, a rischiare tutto sulla musica. Quel viaggio sulla Napoli-Roma, a bordo di una minuscola e rumorosa utilitaria guidata dall’entusiasmo giovanile, non era solo un tragitto autostradale: era il passaggio cruciale verso una nuova vita. Pino scelse la EMI. Scelse la musica.

La firma sui solchi: dal primo 45 giri all’esordio di “Terra mia”

Il coraggio di quella scelta porta a risultati immediati, e qui la figura di Dorina Giangrande smette definitivamente di essere solo una nota a margine di carattere affettivo e si consolida nella storia discografica della musica italiana.

Pochi mesi dopo quel viaggio a Roma, sempre nel 1976, esce il primissimo 45 giri di Pino Daniele: ‘Che calore / Fortunato. Se si prende in mano la copertina dell’epoca e si leggono i crediti sul retro, i nomi sono chiarissimi: Pino Daniele alla voce e chitarra, Enzo Canoro al basso, Rosario Jermano alla batteria e percussioni, Enzo Avitabile ai fiati. E ai cori, indispensabili per dare colore e calore ai brani, ci sono due voci femminili: Donatella Brighel e Dorina Giangrande.

Il lavoro prosegue ed entra nel vivo tra il luglio del 1976 e l’aprile del 1977 negli studi Studio Quattro Uno di Roma, sotto la guida del produttore Claudio Poggi. Nasce così Terra mia, l’album d’esordio che avrebbe spaccato in due la storia della canzone napoletana. Nelle note di copertina dell’album, tra i musicisti che avrebbero fatto la storia della musica italiana (Rino Zurzolo, Ernesto Vitolo, Avitabile, Jermano), il nome di Dorina Giangrande compare ancora una volta, accreditata ufficialmente come backing vocalist. La sua voce è fisicamente impressa sui solchi di un disco monumentale, un album che contiene tracce destinate all’immortalità come Napule è, ‘Na tazzulella ‘e cafè, Maronna mia, Saglie saglie e la stessa Terra mia.

Dorina non era una spettatrice passiva: la sua voce faceva parte di quell’impasto sonoro primordiale, fresco e rivoluzionario.

La geografia dell’anima: Santa Teresa degli Scalzi e il filo dei ricordi

Per comprendere fino in fondo il clima di quegli anni non basta citare i dischi; bisogna saper mappare i luoghi. La geografia di quella Napoli degli anni Settanta era una rete di strade che collegavano quartieri e persone: la casa di Pino a Santa Maria La Nova, i ritrovi alla Sanità, le percussioni che rimbombavano nella grotta alle Fontanelle, le prove a Materdei. E a fare da raccordo naturale tra questi mondi c’era un’arteria fondamentale: via Santa Teresa degli Scalzi. Questa strada rappresenta per me un richiamo fortissimo, un filo invisibile che intreccia la mia vita a quella storia. Per ben undici anni e mezzo, durante il mio percorso di studi e di formazione, ho frequentato l’Istituto per ciechi “Paolo Colosimo”, che si trova proprio in via Santa Teresa degli Scalzi. Quando camminavo lungo quei marciapiedi da ragazzo, non potevo immaginare che, negli stessi anni o poco prima, su quella stessa salita si muoveva la giovinezza di Pino Daniele, di Dorina e dei loro amici.

Era la Napoli “obliqua”, fatta di salite, discese e scalinate. Pino scendeva dal centro storico o saliva da Santa Teresa per raggiungere Materdei, portandosi dietro le idee, i nastri e la chitarra. Non erano spostamenti casuali, ma le tappe quotidiane di una comunità in movimento.

Molti anni più tardi, nel 1984, nell’album Musicante, Pino avrebbe ripescato quel nome dal cassetto dei suoi ricordi giovanili, dedicandogli un brano intitolato

proprio Santa Teresa. Tra le pieghe del testo in lingua napoletana si sente la memoria viva di quelle sere: «Fatt’accumpagnà fino ‘ncoppa ‘a Stella» e «nuje ca scennevemo Santa Teresa». Non era una semplice indicazione stradale messa in musica: era la rievocazione nostalgica di una geografia sentimentale, il ricordo di quando si camminava a piedi nella notte dopo aver provato per ore, con la musica che ancora ronzava nelle orecchie e il futuro interamente da scrivere.

Io non ero nel salotto di Materdei quando Pino cantava Bowie, non ero seduto sui sedili posteriori della Fiat 500 bianca diretta a Roma e non ero in sala d’incisione mentre prendevano forma i cori di Terra mia. Eppure, le strade che vedevano nascere quei sogni erano le stesse che accoglievano i miei passi giovanili. Riconoscere oggi quei luoghi significa restituire concretezza a una storia che altrimenti rischierebbe di trasformarsi in una favola astratta.

Oltre la leggenda: la memoria di chi c’era prima

Oggi siamo abituati a pensare a Pino Daniele attraverso l’immagine consolidata del mito: il gigante della chitarra, l’artista consacrato dai grandi concerti con Eric Clapton, le piazze gremite di folla commossa, i dischi d’oro e la leggenda della musica d’autore. Ma la storia, quella vera, non comincia mai sul palco di uno stadio. Comincia molto prima, nell’ombra discreta e bellissima della vita quotidiana. Comincia quando non ci sono le garanzie, quando il successo è soltanto un’ipotesi lontana e azzardata, e la vita è fatta di incertezze, di telegrammi da valutare con timore e di chilometri percorsi su un’utilitaria prestata dall’amore.

Prima che la leggenda prendesse il sopravvento, c’era soltanto un gruppo di ragazzi napoletani che cercava di farsi ascoltare dal mondo. E dentro quel piccolo cerchio magico di affetti, di note condivise e di speranze, la figura di Dorina Giangrande rimane un punto fermo. Una presenza che è stata prima di tutto un ascolto partecipe, un incoraggiamento nei momenti decisivi e, infine, una voce tangibile impressa sui primi vinili. Ricordarla oggi non significa soltanto rendere giustizia a una donna, ma recuperare la verità più intima della musica: quella che ci ricorda come, dietro ogni grande artista destinato all’eternità, c’è stato un tempo prezioso in cui era soltanto un ragazzo con una chitarra in mano. E accanto a lui, a cantare e a credere in quel sogno prima di tutti gli altri, c’era Dorina, anche lei, sempre lei.

Gianni Urso

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Redazione
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