Perdonatemi l’ardire, ma proprio non posso fare a meno di scrivere un pezzo sulla vittoria del cantante partenopeo Sal Da Vinci. Mirando i video della sala stampa del Festival di Sanremo, ho fatto caso ad alcune voci di fondo che, con una punta di sarcasmo, dopo le varie esibizione del cantante, inneggiavano un amaro: “Viva gli sposi!”, facendo riferimento alle performance canore di molte ugole alle feste che celebrano il rito propiziatorio di una giovane coppia.
Cari invidiosi, vorrei sottolineare che la canzone napoletana ha origini remote, vanta molti lustri e ci sono testi che fanno parte del patrimonio artistico internazionale. Le melodie con le quali si accompagnano le parole hanno varcato i confini campani per giungere in tutto il mondo, appassionando milioni di ascoltatori. Suscita certo un disappunto che un ragazzo venuto dal nulla, figlio d’arte, suo padre era l’istrionico Mario Da Vinci, che da cantante si scopre attore, trasformando la sceneggiata napoletana in un dramma dai colori diversi, amplificando quel senso di malinconia latente e struggimento in cui le relazioni amorose vivono picchi di passione ardente.
Le lacrime non esistono per essere contenute, sorgono nei momenti topici della vita, accompagnano vittorie e sconfitte, manifestano l’ingrato compito dei sentimenti puri, allora perché meravigliarsi che il pubblico e la giuria hanno scelto un napoletano, nato a New York, di salire sul podio canoro più prestigioso d’Italia?
Napoli è, e sarà per sempre, la culla di una civiltà antica, terra di fuoco e sole, terra di contraddizioni profonde, approdo per gli arditi che senza falsi pudori declamano versi d’amore.
Non abbiamo bisogno di travestimenti, siamo così come ci vedete, popolari, colorati, appassionati, siamo la maschera che ci rappresenta: Pulcinella. Ironici e canterini, saltimbanchi e giocolieri, pieni di una vitalità irraggiungibile, all’ombra di un vulcano che domina su di noi, insegnandoci ogni giorno che la Terra arde al suo interno, come il cuore che pulsa nel centro di una vita: “Perché un amore, non è amore per la vita se non ha affrontato la più ripida salita”.
Io discendo, e voi?