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Filoellenismo ed ellenismo greco romano in Campania e nei Campi Flegrei. (VI ed ultima parte)

Dunque il pensiero greco era solidamente radicato in Campania e nei Campi Flegrei. Il manuale di Epitteto, un manuale scritto dal suo allievo Arriano, (che fu intimo amico di Adriano imperatore) una specie di manuale pratico, sarà lo scritto filosofico più letto dagli intellettuali in età ellenistica e dagli Imperatori romani che alla morale stoica si affidarono, Adriano e Marco Aurelio, maestri di saggezza e con il cuore e la mente rivolte a quel grande insegnamento, i cosiddetti Imperatori filosofi, che ispirarono l’arte del governo universale a criteri di giustizia, almeno fintanto che il loro ruolo di comandanti delle armate romane non li chiamarono all’esercizio crudele delle armi. E che giunse nelle mani del giovane Leopardi che lo tradusse per la prima volta direttamente dal greco. Allo spirito greco e stoico in particolare si ispirarono due grandi imperatori, Adriano e Marco Aurelio, quest’ultimo che scrisse addirittura opere tra le più note della filosofia stoica, in particolare della nuova stoà.

Ma la nostra attenzione deve dar conto soprattutto dell’ellenismo greco e romano e dei campi flegrei che abbiamo visto fornisce lo scenario a questo trionfo dell’estetica greca nella forma dell’ellenismo e dell’ellenismo greco romano. Adriano fu imperatore coltissimo, sensibilissimo, poeta, amico dei filosofi e lui stesso incline alla filosofia che scelse come residenza oziosa la sua villa a Baia dove morì. Incline più alla saggezza dell’ecumene che alla guerra, viaggiò ininterrottamente lungo i confini del vasto impero romano, interessandosi ai problemi dei popoli, delle sue necessità, delineò e stabilizzò i confini, creò e definì in senso ellenistico le città del vicino oriente, addobbando le piazze e i porticati di statue greche in originale o in copia, promosse il sincretismo religioso tra sensibilità orientale e greco romana, fino a scatenare una guerra antiebraica con un popolo che non volle mai accettare né l’autorità imperiale che gli imponeva l’assurdo morale e filosofico di accettare l’augustalità imperiale, cioè il culto religioso dell’imperatore che già con Ottaviano Augusto l’imperatore aveva assommato come carica religiosa e tendenzialmente reso il Cesare un dio, secondo una vocazione iperellenistica ma sostanzialmente già orientale.

Del resto l’orientalismo dell’ellenismo ed in particolare dell’ellenismogreco romano, è una delle conseguenze dell’ecumene ellenica, dove il sincretismo religioso e la sua commutazione in modificazione costante della ritualità specifica in ritualità generica, in modo che un culto fosse possibile adattarlo e adottarlo in qualsiasi parte dello impero, è esso stesso una modalità dell’antico nel moderno che precorre lo stile e la moda come rivisitazione retorica più che paradigmatica del Rinascimento prima e del Neoclassicimo poi, ma prima ancora nel tardo manierismo di Lorenzo Bernini nell’apoteosi del gusto, licenziando il gruppo scultoreo di Enea, Anchise e Ascanio fuggitivi da Troia(1618-19),il ratto di Proserpina (1621-22),il David(1623-1624) e l’Apollo e Dafne (1622-25); sculture che andarono tutte ad ornare la lussuosa villa di Scipione Borghese fuori Porta Pinciana. In questo senso va intesa la costruzione della Villa di Adriano a Tivoli, una rivisitazione completamente retorica, ripetitiva della architettura greca, delle modificazioni in senso espressamente ellenistico che fece apportare alla sua villa a Baia, alle Terme di Baia e che intendeva estendere a Pozzuoli e che Antonino Pio s’incaricò di definire dopo in omaggio alla volontà di Adriano che comunque decise di morire a Baia. Volle in spregio a questa riluttanza ebraica al gusto ellenistico che tanto lo affascinò, sfidarli con una campagna militare e culturale di inaudita violenza, riedificando non il tempio ebraico che era stato distrutto nel 70 d.c da Tito, ma un tempio a Giove capitolino in cui pose una statua in suo onore, chiamando la capitale Gerusalemme col suo nome Aelia Capitolina, bruciando i rotoli della Toràh pubblicamente, chiamando la Giudea con il nome dei suoi nemici Syria Palestina, scatenando nel 132 la terza guerra giudaica che terminò drammaticamente per gli ebrei. S’immerse talmente nello spirito greco che finì per innamorarsi di un giovane greco, Antinoo conosciuto in Bitinia, di cui celebrò la bellezza e il suo amore, dedicandogli statue che lo immortalavano come dio nelle varie versioni appunto del culto della divinità sincretica, creando per lui persino una città Antinopoli.

Preso da una smania quasi ossessiva, dopo la morte alquanto misteriosa di Antinoo, cui non viene meno l’ipotesi drammatica di un assassinio da parte di Adriano stesso, volle replicare in una serie infinita le sue ipostasi che sono state ritrovate in ogni dove e in ogni versione: Antinoo in veste di Osiride, di Dioniso, di Antinoo delfico ritrovato nel tempio di Apollo a Delfi, come Asclepio e così ad infinitum, persino nell’arco di Costantino lo si ritrova, costituendo una clamorosa edizione del remake storico che influenzò anche l’arte moderna e contemporanea in questo retoricismo seriale che in qualche modo caratterizza finanche il Liberty e che giunge fino alla serialità iconica postmoderna. In questo senso è il trionfo dell’ apollineo e del dionisiaco, intesi come innamoramento e passione amorosa. Di Adriano si sono occupati anche i letterati ed è in dubbio che le Memorie di Adriano della Yourcenar sintetizzi in modo clamoroso la nostra indagine sul filoellenismo e sull’ellenismo greco romano, del suo fascino e della sua attualità. Il libro , pubblicato nel 1951,immagina che Adriano scriva una lunga lettera ad un giovanissimo Marco Aurelio diciassettenne, poi divenuto suo nipote adottivo; descrivendo la sua storia pubblica e privata, riflette sui suoi trionfi militari, sull’amore per la poesia e la filosofia, della sua passione per Antinoo. Intelligentemente la Yourcenar, oltre i meriti inequivocabili della sua narrazione, acuta, riflessiva, mai noiosa, getta un ponte tra l’Imperatore Adriano e l’Imperatore Marco Aurelio, indicandone così ai lettori i massimi esponenti di un mondo, di una epoca, di una moda, di un essere fino in fondo partecipi consapevoli della più grande culturalizzazione, in senso greco è ovvio ed in questo senso ellenico/ellenistico, di uno antico del moderno.

Una operazione sofisticatissima che rasenta la ‘mistificazione’ di un mondo e di un’epoca. Già con Alessandro quel mondo ellenico, in edizione macedone e poi vicino-orientale, ha uno stigma di non originalità, come lo può essere l’altare di Pergamo o il culto di Dioniso raffigurato nei dipinti pompeiani. Già la sua memoria diventa nostalgia ed allontanamento, copia. E le copie ellenistiche romane che uscivano dalla fabbrica di tali modelli a Baia, era di fatto l’officina delle copie dell’antico del moderno, che andavano a collocarsi in ogni parte dell’Impero romano. Adesso finalmente possiamo capire come un non testimone per eccellenza, Paolo di Tarso, possa essere il vero fondatore dell’ecumenismo cristiano e non Pietro. Gli Atti degli Apostoli, databili tra il 70 e l’80 d.c. scritti in greco probabilmente da Luca ma attribuibili a Paolo stesso che si dichiarava, ebreo, greco e romano, (Luca è il suo collaboratore che gli fa probabilmente da scrivano),sono in questo, il vero attributo di una intelligenza apostolica unica, il cui le parole nuove sono Carisma e Fede, ma di un convertito e non di un testimone diretto della vita , dell’opera del Cristo e della sua morte. Scrive infatti la Yourcenar che le ‘Memorie di Adriano’ le venne in mente leggendo una affermazione di Flaubert e cioè: “Quando gli dèi non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo” e quest’uomo di frontiera, tra passato e futuro non ancora avvenuto, lo immaginò in Adriano.

Ma sarebbe potuto essere, in quest’ottica, persino Paolo, il solo a rendersi conto della universalità del messaggio di Cristo, di contro alla specificità della narrazione esclusivamente ebraica ed è quello che sostiene Alain Badiou. Ancora più forte e postmoderna appare la sua dichiarazione, della Yourcenar, nella direzione indicata da Droysen che l’ellenismo bisognava vederlo come l’antico nel moderno, a tal proposito: ’ io ho voluto rifare dall’interno quello che gli archeologi del XIX secolo hanno rifatto dall’esterno: reinterpretare il passato, mantenendo tuttavia l’autenticità storica; qualunque cosa si faccia, si ricostruisce sempre il monumento a proprio modo; ma è già molto adoperare pietre autentiche’ .Dunque il pietroso passato è possibile comprenderlo solo con la lente dell’attualità che volta di volta ne trova nuove significanze. E questa lente dello specchio del mentale che ridefinisce il passato, lo dobbiamo al genio ancora tutto da capire di G.B.Vico.

Mi sembra opportuno però chiudere quest’articolo, citando due autori della nostra terra campana che interpretano in modo egregio lo spirito che emerge dalla persistenza in Campania, a Napoli e nei Campi flegrei, di questa memoria antica che vive ancora oltre il tempo, e cioè Mimmo Grasso e Bruno di Pietro, entrambi poeti, l’uno che affonda nelle radici greche, nel profondo dello spazio poetico e filosofico della memoria antica in opere eccellenti quali Sebeto, Taranterra e Lallagè, l’altro in Impero e in Baie, testimone di questa labilità generica del confine e del limite del globalismo ellenistico romano, che diventa il vero diaframma storico dell’ellenismo greco romano e dell’insegnamento che l’ecumene antica, il senso di globalità comune che ci ha lasciato. Evito ai lettori la sterminata bibliografia che dovrei invitarli a leggere, davvero infinita, ma se qualcuno la volesse, non può fare altro che chiederla e sarà accontentato, a suo rischio e pericolo ripeto data la vastità inconcepibile che dovrebbe affrontare.

Finisco solo con una ultima citazione a sigillo di questo viaggio ed avventura sempre del beneamato H.J.Gehrke: ’D’altra parte l’attuale globalizzazione è provvista di una immagine differenziata, persino dialettica e profondamente ambivalente; tendenze al livellamento e all’unificazione si trovano accanto a fenomeni di persistenza e resistenza….si tratta di una vera e propria contemporaneità del non contemporaneo’.

Vincenzo Crosio
Vincenzo Crosio
Vincenzo Crosio è nato a Napoli nel ‘50. È scrittore, poeta, saggista. È stato rettore del Seminario teologico politico di Salsomaggiore Istituto Sobozan, Fudenji. insegnante relatore all'Istituto Filosofico di Napoli, specializzato nella Interpretazione dei testi antichi tra Oriente ed Occidente. È stato editorial board di Scienze e ricerche, su cui ha pubblicato saggi di epistemologia semantica, antropologia e filosofia, tra cui importantissimi contributi sulla civiltà della Campania antica e dei Campi Flegrei.

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