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La cultura del mare a Pozzuoli: pescatori, pescivendoli, cozzicari (Parte II). Intervista a Francesco Coppola, ‘u figlio ‘i Matteo

Dopo aver intervistato Giuseppina Maddaluno, moglie di Matteo Coppola, un pescatore puteolano attivo tra gli anni ’60 e ’80, conosciamo il loro figlio Francesco, classe 1965, unico e probabilmente ultimo membro della famiglia a esercitare l’antico mestiere del mare. Mamma Giuseppina ci aveva confessato che il marito non era affatto contento che il figlio lo seguisse in quella scelta. “Tu non puoi fare il pescatore – gli diceva – perché sei solo come me”, alludendo al fatto che entrambi avevano solo sorelle e nessun fratello con cui uscire in mare. Era una logica conseguenza della rigida divisione dei ruoli familiari vigente all’epoca: gli uomini in barca, le donne in casa con i figli. E puntualmente quella profezia si è avverata: da quando papà Matteo è scomparso, Francesco va a pescare da solo sulla sua barca, la S. Matteo, cosa che non si dovrebbe fare, perché col mare non si scherza. Questo lui lo sa bene: “In mare – ci dice – ho visto di tutto. Quando esco, ho sempre una tensione addosso”. Eppure, confessa di essersi sentito da sempre attratto dalle barche, dal mare e dalla pesca, quasi come da un destino a cui non sapeva né voleva sottrarsi.

A che età hai iniziato a fare il pescatore?

A dieci anni. Ho iniziato a seguire mio padre per apprendere il mestiere. All’inizio solo in estate, poi per periodi più lunghi.

Qualcuno dei tuoi figli ha deciso di seguirti in mare o intende farlo?

I miei due figli, uno di 27 e l’altro di 24 anni, non sanno neanche come è fatta una barca. Li ho scoraggiati perché è un mestiere duro. Anche io faccio il pescatore perché devo farlo. Se sapessi fare qualcos’altro forse lo farei, per vivere meglio. È un mestiere sacrificato.

Ma c’è qualcosa che ti fa ancora amare il tuo mestiere?

La libertà. In mare, io mi sento libero. Per un paio di anni ho fatto un altro lavoro. Ma il mare è troppo bello. Quando sono tornato in barca un’altra volta ho provato un piacere enorme. E poi quando faccio una bella pescata è una soddisfazione che va al di là del guadagno e dei soldi.

Che tipo di pesca pratichi?

La pesca a nassa, molto difficile. Prendo soprattutto polpi, che però in alcuni periodi non escono dalla tana, per esempio quando sentono arrivare il mal tempo oppure quando fa molto caldo o molto freddo.

Che impatto ha sulla fauna marina la pesca a nassa? Ad esempio, non rischi di prendere polpi troppo piccoli?

Nella nassa non prendiamo i polpi piccoli, che crescono vicino ai barili degli allevamenti di cozze, comm’ ‘nu criaturo che sta prendendo ancora il biberon. Quando si fanno di 100-200 gr. allora escono fuori e cominciano a mangiare i granchi (delle nasse ndr). A giugno e luglio prendiamo polpi di 200-300 gr., che possiamo vendere. Io però neanche quelli prenderei. Se fosse per me, obbligherei a pescarli dai 500 gr. in su. Poi introdurrei un fermo della pesca per alcuni mesi all’anno: nessuno la pensa così, ma sono convinto che in questo modo pescherei di più, perché il polpo si riproduce rapidamente, tutti i pesci si riproducono in poco tempo. Il mare è immenso, non può finire. Basterebbe poco per favorire il ripopolamento. Attualmente invece si può pescare in ogni mese e giorno dell’anno.

Quanti sono come te a pescare con le nasse?

A Pozzuoli siamo una ventina di barche. Quelle grandi, da 12-13 metri, con a bordo 3 o 4 persone, hanno molte nasse. Io esco da solo e ne ho 350. Per avere un marinaio in barca dovrei pagare 300 euro di contributi al mese. Non c’è alcuna possibilità di pagare così tanto. Io sono costretto ad andare solo in mare e non so per quanto tempo potrò farlo ancora. Devo stare sempre concentrato. Da solo tiro le nasse, le controllo, le allestisco di nuovo eliminando le esche morte. In base alla pescata rimango nella stessa zona o cambio.

Di solito in quali zone vai a pescare?

A Miseno, che noi chiamiamo Milleno, il mese giusto per prendere i polpi è settembre, così anche nel Canale di Procida e a Nisida. Invece in ottobre e novembre si pesca bene a Pozzuoli. Un tempo (negli anni ’80 ndr) andavamo a pescare a Capri, Punta Campanella, Amalfi, Massa Lubrense. Lì pescatori non ce n’erano quasi. Anche a Civitavecchia era la stessa cosa. Oggi non mi sposto così tanto, nessuno lo fa, perché non conviene più. All’epoca il mestiere l’abbiamo portato da qui. Quelli che viaggiavano di più in mare erano i ponzesi, i siciliani e i puzzulani, non i napoletani.

Hai mai provato altri tipi di pesca?

Una volta sono stato tre settimane a fare pesca a strascico: 24 ore su 24 sempre a bordo, arrivavamo a terra, scaricavamo i pesci e uscivamo di nuovo. Solo il sabato avevamo libero. Che vita è quella? Italiani a bordo non ce n’erano proprio, perché nessuno vuole fare quel tipo di vita. Ti danno 250 euro a settimana.

Che barca hai e dove la ormeggi?

Fino a poco tempo fa avevo la barca nella Darsena, mio padre aveva il posto lì. Poi me ne sono andato perché spesso si incagliava (per effetto del sollevamento del fondo dovuto al bradisismo ndr). Ora sono sulla banchina, alle spalle dei traghetti. Ho una barca di 7 metri, prima ne avevo una più grande, ma non conviene più. Esco da solo e ci sono molti solitari come me.

Come si svolge la giornata di un pescatore?

Da maggio a settembre mi sveglio alle 2:30 e rientro a mezzogiorno: una doccia, mangio e vado a riposare. Alle 17 mi sveglio e vado a fare un giro a Pozzuoli. Vado a letto alle 22:30 o alle 23. Da ottobre invece esco dalle 4:00 alle 12. Lavoro 6 giorni a settimana. Lunedì è di festa. Ma in inverno lavoro anche 7 giorni perché per il maltempo può capitare di stare fermi intere settimane.

Come sono organizzati i pescatori per tutelare i loro diritti?

Abbiamo una cooperativa, con un presidente, un avvocato e dei consiglieri. A Pozzuoli ce ne sono tre, ma sono divise tra loro. La mia è la più grande e ha una ventina di iscritti. Si chiamava S. Marco ed esisteva dai tempi di Mussolini. Dopo un fallimento ha cambiato il nome in S. Paolo. Con noi ci sono anche molti di Monte di Procida. Ma non siamo affatto uniti.

Quest’ultima affermazione è detta con rassegnata amarezza. Prima attraverso i racconti del nonno materno Procolo e del padre Matteo, poi attraverso la sua diretta esperienza, Francesco ha infatti conosciuto momenti in cui i pescatori erano tra loro solidali. Ci mostra una conchiglia gigante: “Tanti anni fa – racconta – i pescatori si facevano i segnali di richiamo con questa. Noi la chiamiamo ‘a tufa. In passato i pescatori erano più uniti, al segnale si usciva in mare insieme, si tornava insieme. Ci si aiutava. Alla Darsena ci sono ancora gli scivoli dove mettevano in secco le barche: le tiravano a mano e servivano 7-8 persone per ogni lato. Erano come una grande famiglia”. Nelle parole di Francesco, la perdita del sentimento di unità e fratellanza, che un tempo caratterizzava la società dei pescatori, segna dunque la fine inesorabile di un mondo e di un’epoca. 

Su questo punto varrà la pena sentire anche il parere del prossimo intervistato: Procolo Petrungaro, figura storica del mercato ittico di Pozzuoli.

In basso a destra, Francesco Coppola lungo la banchina del porto di Pozzuoli (primi anni ’80)
Maurizio Erto
Maurizio Erto
Dottore di ricerca in “Filologia Classica” presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, insegna lettere al Liceo Scientifico “Ettore Majorana” di Pozzuoli. Sui Campi Flegrei ha pubblicato il libro “Pozzuoli 1860-1863. Storie e controstorie del Risorgimento nei Campi Flegrei” (D'Amico Editore, 2017) e due articoli per la rivista «Bruniana & Campanelliana. Ricerche filosofiche e materiali storico-testuali»: “Le osservazioni del giovane Campanella sul vulcanismo dei Campi Flegrei” (XXII/1, 2016); “Giocare col fuoco nel Seicento. Esperimenti e osservazioni naturalistiche nella Solfatara di Pozzuoli” (XXIII/2, 2017). Inoltre, ha curato l'edizione dell'operetta di Vitangelo Morea "Una giornata di divertimento da Napoli a Pozzuoli per Succavo (1833)", pubblicata sempre da D’Amico Editore (2018).

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