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La rinascita della poesia Napoletana | I parte

Ogni popolo di questa terra, è figlio di una storia, di una cultura, di una ricca tradizione che ne ha segnato i secoli e i millenni. Napoli è una fioriera di popoli, che qui hanno creato, sperimentato, realizzato diverse forme di espressioni, che nel tempo sono diventate: arte. 

Il popolo Napoletano è sempre stato attento a carpire i segreti della storia, prenderli e convertirli nel modo che riteneva più opportuno alle sue esigenze. Così accadde con la pizza, con il teatro, e con la poesia.

Poiesis, tradotto dal Greco: poesia, “creazione”, trova nella lingua Napoletana un significato diverso, che è quello di “musica”.

Nessun’altra lingua al mondo, riesce a conferire a un qualsiasi componimento, tanta grazia e tanta melodia. La poesia in lingua Napoletana, ha un suono, perché la lingua stessa glielo consente.

Se stiamo attenti a quando usiamo la nostra lingua Napoletana, possiamo udirci cantare; creare dei suoni. Non a caso l’ho chiamata: lingua Napoletana, poiché diversamente da altri, che possono essere definiti dialetti, la nostra è una lingua a tutti gli effetti, e come tale ha una grammatica che vuole essere rispettata. 

Di seguito, vedrete una delle mie composizioni in lingua Napoletana, in cui faccio uso in modo assolutamente naturale, della musicalità.

Luntananza

Vulesse sapè na cosa,

si’ ancora t’aggi’âspettà,

ll’anema nun’ arreposa,

e ‘o core nun sape che fa’.

Chi vô sapè che dè l’ammore,

ha dda venì addù me,

l’arapesse chistu core,

pe’ ce fa vedè a te!

Luntana me staje ammore!

Comme si’ m’avisse scurdà,

nun t’adduone d’ ’o dulore,

câ luntananza pô purtà.

“ ‘A luntananza ”, la lontananza, stando bene attenti a porre l’accento prima della a, nello scritto: ‘a, così possiamo leggere: La. Viceversa, se l’accento lo poniamo dopo la a: a’, diventa alla

Questo è un errore che notiamo spesso, ad esempio, sulle insegne dei negozi: o’ pisciavinnl, a’ chianc, anm e cor, o’ baron, a’ cantin ecc.

Volendo essere precisi nel tradurre in Italiano queste parole, risulterebbero: Lo pescivendol, alla macell, anm e cor, lo baron, alla cantin.  

Questo perché, non solo l’accento è stato posto in modo sbagliato, ma anche perché le parole sono state troncate, e questo nel Napoletano scritto è un grave errore. Il modo corretto di scrivere queste parole, sarebbe stato: ‘o pisciavinnelo, ‘a chianca, anema e core, ‘o barone, ‘a cantina.  Le parole, in lingua Napoletana, non si scrivono mai così come si pronunciano, ma nella loro interezza. Anche se la lettura può sembrare strana e difficoltosa per un occhio poco abituato, la lingua Napoletana esige come ogni altra lingua, un doveroso rispetto in ogni sua parte.

Riteniamoci orgogliosi di una lingua così vera, naturale, pulsante.

Abbiamo una lingua che divenne a partire dal 1.200, molto popolare anche nelle varie corti dei re che si susseguirono sul trono di Napoli.

Iniziò proprio da loro a essere una lingua scritta e ufficiale nelle corti, e con il tempo, musici e poeti ne hanno tratto il succo, il nettare, regalandoci dei veri capolavori, che solo in questa lingua è stato possibile realizzare, data la sua armonia.

Avete notato nella mia poesia precedente, un accento circonflesso posto su alcune lettere. Solo di recente i poeti Napoletani hanno iniziato a farne uso.  L’accento circonflesso contrae parole altrimenti lunghe, che se scritte nella loro interezza, fanno perdere il gusto e il suono del testo.

Questo per dare all’ opera, un senso più efficace, lasciando che la mente del lettore, scivoli sulle parole senza mai fermarsi.

Ad esempio: ho detto che dovete da gridare, che tradotto in lingua Napoletana sarebbe: Aggio itto ca avite ‘a alluccà. Badate che il Napoletano, si traduce dall’Italiano corretto, per questo: ho detto che dovete da gridare.  Ora, per semplificare il testo, rendendolo più scorrevole, possiamo usare l’accento circonflesso, e diventa: Aggio itto ca avit’ âlluccà

Il suddetto accento, può essere usato anche per distinguere alcune parole che in lingua Napoletana, potrebbero sembrare simili, come ad esempio la parola: si

In Napoletano il si, lo usiamo in frasi del tipo: comme si bella, si ancora t’aggi’aspettà, è accussì.

Adoperando invece l’accento circonflesso, e l’accento semplice, le parole assumono un significato specifico, aiutandoci a comprenderle meglio: comme  sî bella, si’ ancora t’aggi’aspettà, sì è accussì. 

Sfogliando i testi dei grandi poeti Napoletani, certamente non troveremo simili approfondimenti, anche perché il Napoletano di allora, sia quello parlato, ma soprattutto quello scritto, era un tantino diverso.

Marechiare

Quanno sponta la luna a Marechiare,

pure li pisce nce fanno all’ammore,

se revotano ll’onne de lu mare,

pe la priezza cagneno culore,

quanno sponta la luna a Marechiare.

A Marechiare ce sta na fenesta,

la passiona mia ce tuzzelea,

nu carofano addora ‘int’ a na testa,

passa ll’acqua pe sotto e murmurea,

a Marechiare ce sta na fenesta.

Chi dice ca li stelle so’ lucente,

nun sape st’uocchie ca tu tiene nfronte,

sti doie stelle li ssaccio io sulamente,

dint’a lu core ne tengo li pponte,

chi dice ca li stelle so’ lucente.

Scetate Carulì ca ll’aria è doce,

quanno maie tantu tiempo aggio aspettato?

P’accumpagnà li suone cu la voce,

stasera na chitarra aggio purtato,

scetate Carulì ca ll’aria è doce.   

Poesia del grande Salvatore Di Giacomo. Notate la scorrevolezza dei versi, ascoltatene la musica, il sonoro, come se le onde del mare vi obbligassero ad essere ascoltate. Notate anche la diversità della lingua scritta: pure li pisce nce fanno all’ammore. Diverso era il Napoletano scritto, perché diverso era l’Italiano scritto. Quand’egli scrisse questa poesia, non poteva immaginare minimamente quanto la sua vita sarebbe cambiata, proprio grazie a questi versi.

Piacquero così tanto, che subito furono musicati, portando al suo autore un successo che da Napoli, in poco tempo, arrivò in tutto il mondo.

Di Giacomo iniziò a essere subito il poeta di Napoli, e un assiduo frequentatore dei salotti letterari Napoletani, nonché del caffè Gambrinus, all’epoca, culla di poeti e artisti Partenopei. 

Di Giacomo, si può dire, fu il padre della poesia Napoletana, l’innovatore, il precursore dei poeti musicali, ossia, quei poeti che, ricamavano i loro versi con tale maestria e sonorità, che non poterono non essere musicati.

L’epoca dei grandi poeti coincide anche con l’epoca della grande canzone Napoletana. Di Giacomo contribuì in varie occasioni, lasciando versi, poi musicati, che gli valsero enormi successi: Marechiare, ‘e spingule Francese, Palomma ‘e notte, era de Maggio, ‘e trezze ‘e Carulina, Canzona nova, giusto per citarne alcune.

Per finire, vi lascio un altro mio componimento, in cui come quello precedente, è dominante il tema dell’amore. Nella poesia Napoletana, l’amore scorre a volte non voluto, non richiesto. Ci si mette al computer, o con un foglio e una penna, con l’intenzione di scrivere qualcosa, e quasi sempre, il tema di quella ispirazione, è l’amore. Perché mai? Perché la lingua Napoletana è di per se un tocco di sensibilità. Se parlata nel giusto modo, ci si accorge di quanta grazia e quanta soavità lascia nell’aria. Di conseguenza, quale altro mezzo ha l’amore, per esprimersi, se non nella nostra lingua?

Si’ stasera stisse ccà

Si’ stasera stisse ccà,

truvasse pace ‘int’ a stu core,

‘int’a sti braccia te vulesse cuccà,

dint’a stu pietto me purtasse calore. 

Tuoccame, pienzeme e abbracciame,

stanotte tutto coso se pô fa,

dint’ ‘e penziere pigliame e vasame,

staie luntana, ma i’ te veco ccà.

Che luna n’ cielo e quanti stelle!

Si’ allongo ‘e mane me pare de tuccà,

doce doce me vasano a’ pelle,

ma si’ me pienze, tȇ vengo a purtà.

Che notte, ma stanotte addo staje,

dimme ancora si’ te posso vasà,

chi se vô bene, nun se stanca maie,

pure ‘int’o suonno se vulesse ‘ncuntrà.  

Tuoccame, pienzeme, abbracciame,

stanotte tutto coso se pô fa,

dint’a nu suonno, pigliame e vasame,

staie luntana, ma i’ te veco ccà.

Ivan Tudisco
Ivan Tudisco
Ivan Tudisco, nato a Napoli l’8 luglio 1980. Dopo aver conseguito il diploma di perito informatico, e aver frequentato la facoltà di Filosofia, ha svolto diversi ruoli in ambito professionale, spostandosi nelle varie regioni Italiane. Da oltre dieci anni fa parte di una Onlus, la San Mattia, un’associazione attiva nel volontariato e nell’ambito Cattolico giovanile. Da due anni si occupa di assistenza sanitaria. La sua passione letteraria inizia nel 2007 con la prima pubblicazione di una raccolta di versi in Italiano, edita da una casa editrice siciliana. Seguiranno pubblicazioni varie di poesie su diverse antologie nazionali di poeti emergenti, e su riviste quali: Poeti e poesia. Seguirà la pubblicazione di una raccolta di poesie in lingua napoletana, la prima, pubblicata a sue spese nel 2014, e una raccolta di poesie in Italiano, pubblicata da una editrice romana nel 2016. Dalla poesia è passato alla narrativa, e ha all’attivo due racconti brevi, pubblicati, il primo: Gli ultimi, da una casa editrice romagnola nel 2017. Nel 2018 in una raccolta di racconti ispirati su Napoli, edita da una editrice Romana, venne pubblicato il secondo: Accadde a Napoli. Sempre nello stesso anno, ha pubblicato un racconto natalizio: Il sogno di Natale, tuttora acquistabile sui vari circuiti online, quali Feltrinelli, Amazon e Mondadori. Nel dicembre del 2019, è stata pubblicata una sua favola: Il cervo e il fiume, all’interno di una raccolta nazionale edita da una editrice pugliese: Apollo edizioni.

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