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La Necropoli del Ponte Copin, la vergogna archeologica di Pozzuoli |Gli articoli di Vincenzo Giarritiello

Il 28 giugno 2018 insieme alla giornalista Danila Mancini de La Voce di Napoli facemmo un sopralluogo in vari siti archeologici di Pozzuoli per sondarne lo stato di abbandono e degrado. Iniziammo con quelli sul lago d’Averno, appurando l’assoluto decadimento della pseudo grotta della Sibilla, fino a qualche anno fa gestita da Carlo Santillo la cui famiglia per oltre un secolo ha funto da Caronte “traghettando” in spalla nella pozza d’acqua naturale che sorge all’interno della spelonca personaggi illustri tra cui lo Zar di Russia Nicola II, D’Annunzio, Maria José, donna Rachele Mussolini. Quindi constatammo che, malgrado fosse stata riaperta pochi mesi prima in pompa magna alla presenza delle autorità comunali e della soprintendenza archeologica – si era in piena campagna elettorale -, la Grotta di Cocceio era nuovamente chiusa per tutelare la colonia di pipistrelli che nel corso degli anni vi aveva nidificato, nonostante all’inizio si sostenesse che la riapertura non avrebbe affatto influito negativamente sull’ecosistema della grotta.

Ad oggi in tanti ironizzano che per rivederla aperta bisogna attendere le prossime elezioni. Se così fosse, la riapertura dovrebbe essere imminente dato che a settembre ci saranno quelle regionali…

Ciò che però sconvolse di più Danila fu la scoperta, per lei, della necropoli sottostante il Ponte Copin, meglio noto come “ponte Azzurro”. Nel momento in cui le mostrai quell’immenso tesoro archeologico che da decenni, non si capisce perché, giace completamente abbandonato nella più fitta vegetazione, nemmeno fossimo nella foresta amazzonica, ammutolì.

A distanza di due anni, sebbene con giustificato orgoglio più di un responsabile dell’amministrazione dia risalto alla riapertura al pubblico degli scavi del Rione Terra, quasi che quello fosse l’unico patrimonio archeologico in dotazione alla città, nessuno sembra, e sottolineo sembra, minimamente curarsi dell’immensa necropoli soffocata dalle sterpaglie sotto il ponte che, se fosse resa visibile e visitabile, si rivelerebbe un enorme volano di attrattiva turistica, incrementando le casse comunali e arrecando lavoro e ricchezza all’intero indotto del turismo locale.

Se si prova a chiedere a qualche rappresentante dell’amministrazione il motivo per cui il comune non intervenga per rendere accessibile ai turisti la necropoli, fa spallucce, affermando: “la gestione è della soprintendenza. Il comune non può fare nulla!”

Nessuno mette in discussione che la tutela del patrimonio archeologico appartenga alla soprintendenza, ma essendo uno dei cancelli d’ingresso al sito sfondato e la tettoia di laminato che lo ricopre del tutto fatiscente, in alcuni casi se ne cade addirittura a pezzi, non sarebbe il caso segnalare ai responsabili del sito il degrado in atto e i rischi che potrebbero derivarne visto che sorge a ridosso di nuclei abitativi, premesso tutto ciò non sia già stato fatto?

Altro mistero è l’oscurità notturna del Tempio di Serapide, malgrado due anni fa il Premio Civitas fece dono alla cittadinanza di un impianto di illuminazione sensoriale per illuminare il macellum di sera con uno strabiliante gioco di luci. Quale sia la causa dell’oscuramento, al momento, pare essere ignota. Sta di fatto che anche quest’ennesimo gioiello archeologico, che in qualsiasi altra parte del mondo sarebbe tutelato nel miglior modo possibile per attrarre visitatori, se di giorno troneggia in maniera imponente alle spalle del porto quale indiscusso simbolo di Pozzuoli, di sera langue nella più mesta oscurità rischiarato dalle luci comunali e da quelle dei ristoranti che vi si affacciano dalla sovrastante ringhiera perimetrale, privando turisti e cittadini di uno spettacolo che, all’epoca dell’inaugurazione, suscitò l’apprezzamento e la meraviglia di tanti, puteolani in primis.

Senza contare le erbacce che sorgono sulle gradinate, alcune in evidente stato di degrado, dell’anfiteatro Flavio – possibile che non si riesca a organizzarvi spettacoli all’aperto, soprattutto d’estate, come accade in quelli di Pompei, Capua, Verona e in tanti altri sparsi nel mondo, risolvendosi in ulteriore volano di attrattiva turistica e incremento economico per le città citate? –  e quelle radicate tra le mura dello Stadio Antonino Pio.

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È vero, per tagliare l’erba nei siti archeologici occorrono giardinieri specializzati. Ma sembra impossibile che sia una città come Pozzuoli, dotata di un patrimonio archeologico invidiatole da mezzo mondo e che mezzo mondo, se lo possedesse, lo tutelerebbe al meglio per sfruttarlo a fini turistici per arricchirsi, sia la Soprintendenza ai beni culturali, a seconda di chi competa la manutenzione dei siti archeologici flegrei, non abbiano tra i loro dipendenti almeno un paio di giardinieri specializzati?

Il tanto enfatizzato “rinascimento” puteolano non sarà veramente tale fino a quando l’attenzione di quanti sono deputati alla cura e al rilancio della città sarà focalizzata esclusivamente sulle sorti del Rione Terra o del Waterfront il progetto di riqualificazione dell’ex area industriale Sofer.

La storia di Pozzuoli non è segnata solo dalla rocca su cui sorse Dicearchia, ma da tutti i monumenti storici narranti la storia puteolana e flegrea sparsi in un ampio raggio di chilometri da Pozzuoli a Baia, giungendo fino al lago Patria, inclusa la città sommersa di Pozzuoli che sorge nei fondali prospicienti la ex area Sofer di cui si sa ben poco rispetto a quella più famosa a livello internazionale di Baia, egregiamente pubblicizzata a livello turistico.

Tutelarli e valorizzarli tutti, senza distinzioni, sarebbe il primo passo affinché la memoria storica della città e del suo popolo non cadano nell’oblio come purtroppo sta avvenendo per la necropoli del ponte Copin.  

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Vincenzo Giarritiello
Nato a Napoli, ma da oltre vent’anni residente a Pozzuoli, Vincenzo Giarritiello alterna all’attività di scrittore quella di giornalista per passione. Nel 1997 ha pubblicato “L’ultima notte e altri racconti” e nel 1999 “La scelta”. Nel 2017 ha ristampato “La scelta” e nel 2018 ha pubblicato il romanzo breve “Signature rerum” ambientato nei Campi Flegrei. Nel 2019 ha stampato “Le mie ragazze rom scrivono” e “Raggiolo uno scorsio di paradiso in terra”. Nel 2020 ha editato la raccolta di racconti “L’uomo che realizzava i sogni”. Ha pubblicato con le Edizioni Helicon il romanzo “Il ragazzo che danzò con il mare”. Ha collaborato con le riviste online “Giornalewolf.it” e “Comunicare Senza Frontiere”; con quelle cartacee “Memo”, “Il Bollettino Flegreo”, “Napoli Più”, “La Torre”. Fino al 2008 ha coordinato laboratori di scrittura creativa per ragazzi a Pozzuoli e all’Istituto Penitenziario Minorile di Nisida. Attualmente collabora con l’associazione culturale Lux in Fabula con cui ha ideato la manifestazione “Quattro chiacchiere con l’autore”. Nel 2005 ha attivato il blog “La Voce di Kayfa” e nel 2017 “La Voce di Kayfa 2.0”. Dal 2019 è attivo il suo sito www.vincenzogiarritiello.it
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