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Paolo Raffone: il musicista che trasformò il pianoforte in un ponte tra la musica colta e il Neapolitan Power

Addio, Maestro. Ci sono musicisti che conquistano il successo e altri che, con il loro talento, contribuiscono a costruire il successo degli altri, lasciando un segno profondo pur rimanendo lontani dai riflettori. Paolo Raffone apparteneva a questa rara categoria. La sua scomparsa, avvenuta il 12 luglio 2026, priva Napoli e il mondo della musica di una figura di straordinario spessore umano e artistico.

Oggi, nel giorno del suo commiato, il modo più autentico per rendergli omaggio è ricordare il suo straordinario percorso, la sua eredità artistica e il contributo, spesso silenzioso ma fondamentale, che ha offerto alla storia della musica italiana.

Quando si racconta la grande stagione della musica napoletana degli anni Settanta, l’attenzione cade inevitabilmente su Pino Daniele, James Senese, Enzo Avitabile, Tullio De Piscopo, Rino Zurzolo, Ernesto Vitolo, Rosario Jermano. Meno conosciuto dal grande pubblico, ma non meno importante, è il nome del Maestro Paolo Raffone, pianista, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra e docente del Conservatorio di San Pietro a Majella, figura che ha contribuito in maniera determinante alla formazione culturale e musicale di un’intera generazione di artisti.

Napoletano, Raffone iniziò gli studi musicali fin da ragazzo presso il prestigioso Conservatorio di San Pietro a Majella, una delle più antiche e importanti istituzioni musicali europee. Qui conseguì il diploma in pianoforte, sviluppando una preparazione che non si limitava alla tecnica esecutiva, ma comprendeva armonia, contrappunto, composizione, orchestrazione e analisi musicale. Proprio quella formazione classica gli consentì negli anni di muoversi con naturalezza tra linguaggi diversi: musica colta, jazz, blues, canzone d’autore e musica popolare.

Negli stessi anni del Conservatorio nacque una profonda amicizia con Pino Daniele. Raffone ha raccontato più volte che il loro rapporto nacque molto prima del successo discografico di Pino. Erano giovani musicisti curiosi, sempre alla ricerca di nuovi ascolti. Frequentavano concerti di musica classica, studiavano partiture, ascoltavano jazz americano, rock inglese, blues e naturalmente la tradizione napoletana.
Fu un’amicizia costruita sul rispetto reciproco e sulla comune convinzione che la musica dovesse continuamente evolversi.

All’inizio degli anni Settanta entrò a far parte dei Batracomiomachia, gruppo oggi considerato una vera
fucina del futuro Neapolitan Power. La formazione comprendeva: Pino Daniele (chitarra) Paolo Raffone
(pianoforte) Rino Zurzolo (basso) Rosario Jermano (batteria e poi percussioni) Enzo Avitabile (sassofono)
Enzo Ciervo (voce). Le prove si svolgevano in una grotta del rione Sanità. In quel piccolo spazio in tufo si
incontravano continuamente musicisti destinati a fare la storia della musica italiana. Passavano spesso
anche Edoardo Bennato, Corrado Rustici e altri giovani artisti della scena napoletana. In quel laboratorio
creativo nacquero molte idee che avrebbero poi caratterizzato il linguaggio musicale di Pino Daniele.

A differenza di molti pianisti provenienti dal Conservatorio, Raffone non rimase confinato nel repertorio
classico. Era: pianista, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, orchestratore, docente, ricercatore
musicale. La sua conoscenza dell’armonia era considerata straordinaria. Molti colleghi ricordano la sua
capacità di trasformare una semplice melodia in una costruzione armonica ricca ma sempre elegante.

Nel corso della sua carriera lavorò con alcuni dei maggiori artisti italiani, tra cui: Pino Daniele, Roberto
Murolo, Edoardo Bennato, Tullio De Piscopo, Rino Zurzolo, Rosario Jermano, Antonio Onorato, Ernesto
Vitolo. Collaborò inoltre come arrangiatore e direttore musicale in numerose produzioni teatrali e
discografiche.

Parallelamente all’attività concertistica sviluppò una lunghissima carriera accademica. Per molti anni
insegnò Analisi, Armonia ed Elementi di Composizione presso il Conservatorio di San Pietro a Majella. Fu
anche componente del Consiglio Accademico dell’Istituto, contribuendo alla vita culturale del
Conservatorio e alla formazione di centinaia di giovani musicisti.

Molti suoi allievi ricordano il rigore metodologico, ma soprattutto la capacità di far comprendere che la
tecnica è soltanto uno strumento al servizio dell’espressione artistica.

L’amicizia con Pino Daniele non si interruppe mai. Raffone raccontò che Pino era estremamente autocritico, perfezionista e sempre disposto a rimettere in discussione il proprio lavoro. Negli anni Ottanta nacque l’idea di realizzare una versione orchestrale delle sue canzoni. Quel progetto rimase nel cassetto per molto tempo. Dopo la morte di Pino, Raffone recuperò gli appunti originali e li trasformò nel progetto “Pino Daniele Opera”, una rilettura sinfonico-cameristica del repertorio del cantautore napoletano, rispettandone profondamente lo spirito ma proponendone una nuova veste musicale.

Oltre all’attività concertistica compose musiche originali per teatro e cinema. Lavorò come orchestratore e
autore di colonne sonore, mettendo sempre al centro la qualità della scrittura musicale piuttosto che la
ricerca del successo commerciale.

La sua produzione rivela una continua contaminazione fra linguaggio classico, jazz e musica mediterranea. Chi lo ha conosciuto parla di un musicista schivo, lontano dalla ricerca della notorietà. Preferiva il lavoro in studio, la composizione, l’insegnamento e il dialogo con gli allievi. Non era interessato al protagonismo. Era invece profondamente interessato alla musica. Per lui il pianoforte non era uno strumento di esibizione, ma un mezzo per comprendere il pensiero musicale nella sua interezza.

La figura di Paolo Raffone rappresenta uno di quei casi in cui l’importanza di un artista non si misura dalla
fama televisiva, ma dall’influenza esercitata su un’intera comunità musicale. Ha formato generazioni di
compositori, arrangiatori e pianisti. Ha condiviso gli anni fondativi del Neapolitan Power con Pino Daniele e con alcuni dei più grandi musicisti italiani. Ha saputo unire la disciplina della scuola classica alla libertà
creativa del jazz e della canzone d’autore. Per questo motivo il suo nome merita di essere ricordato accanto a quelli dei protagonisti di quella straordinaria stagione artistica che, partendo dai vicoli di Napoli, cambiò per sempre il modo di intendere la musica italiana.

Oggi, con la scomparsa di questo straordinario maestro, non perdiamo soltanto un pianista straordinario,
ma una parte preziosa di quella Napoli musicale più autentica, quella fatta di ricerca, contaminazioni,
talento e incontri irripetibili.


Il suo pianoforte non era soltanto uno strumento, ma una voce: una voce capace di accompagnare,
raccontare, emozionare. Oggi quella voce si spegne nel silenzio, ma rimane tutto ciò che ha donato: le note, gli incontri, le collaborazioni, il patrimonio umano e artistico lasciato a chi ha avuto il privilegio di ascoltarlo.


La musica, quella vera, non muore mai. Rimane sospesa nell’aria come l’ultima nota di un pianoforte che
continua a vibrare anche quando le mani del maestro si sono fermate. E così sarà per Paolo Raffone:
continuerà a vivere ogni volta che qualcuno ascolterà una melodia e sentirà, dietro quelle note, la presenza discreta di un grande artista.


Addio Maestro, e grazie per averci ricordato che la grandezza non sempre abita nei riflettori, ma spesso
nelle mani di chi, con umiltà e passione, ha dedicato tutta la propria vita alla musica.

Gianni Urso

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Redazione
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