A Natale il cristianesimo celebra la nascita di Gesù, il figlio di dio sceso in terra per liberare il mondo dal peccato.
Gesù, come ci raccontano i vangeli di Matteo e Luca, nacque in Palestina, a Betlemme, in una grotta “al freddo e al gelo”. I suoi genitori terreni erano di Nazareth, località anch’essa situata in Palestina, i quali si stavano recando a Betlemme per il censimento quando Maria partorì.
Gesù era palestinese, dunque avo di quei milioni di Palestinesi oggi vittime della furia genocida dello Stato di Israele che, in risposta al feroce attentato del 7 ottobre 2023 perpetrato da Hamas, ha trovato il pretesto per fare tabula rasa della città di Gaza e dei suoi abitanti. Nonché lasciare impuniti i coloni dei territori occupati della Cisgiordania consentedo loro di attaccare e uccidere i palestinesi del West Bank per appropriarsi delle loro terre.
Fu grazie a San Francesco, il quale a Greccio, in provincia di Rieti, nel 1223 allestì in una grotta una mangiatoia con un bue e un asino, che prese vita il primo presepe vivente della storia per onorare la nascita di Gesù.
Da quel momento la tradizione cristiana si è arricchita per il Natale dell’immancabile presepe realizzato con statuine in gesso, terracotta o altri materiali, in molti casi vere e proprie opere d’arte; o addirittura di presepi viventi.
Quanto sta accadendo a Gaza in queste ore dove, malgrado i proclami di pace dell’ottobre scorso, Israele continua a martirizzare con bombardamenti la popolazione ridotta allo stremo impedendo l’accesso agli aiuti umanitari; visto che molti bambini, per lo più neonati, stanno morendo non solo per i bombardamenti e per la fame ma anche per il freddo e il gelo in quanto le tende in cui vivono sono allagate e alla mercé della furia degli elementi, forse sarebbe il caso che quest’anno nel presepe al posto della grotta fosse posta una tenda strappata sormontata da una bandiera palestinese anziché da una cometa.
Molti dei governanti che in occidente giustificano e sostengono la violenta reazione di Israele alla strage del 7 ottobre, si professano cristiani e quindi a natale c’è da supporre che andranno a messa per salutare la nascita del re dei re.
Se questi pseudo cristiani hanno intenzione di continuare a schierarsi al fianco di Israele sarebbe forse il caso che quel giorno e in qualsiasi altro giorno se ne stessero a casa o andassero altrove, anziché recarsi a messa.
Con che coraggio costoro parteciperanno al rito e accoglieranno l’eucarestia offertagli dal sacerdote visto che quella particella di pane azzimo che si scioglierà nella loro bocca simboleggia il corpo di un dio i cui eredi sono vittime di un genocidio perpetrato da uno Stato da loro difeso a spada tratta?
Cosa c’è di veramente cristiano in tutto ciò?
Dispiace dirlo, anche a Natale l’ipocrisia la farà da padrone in ambito politico/religioso!