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Storia di un pilota puteolano che combatté per la Repubblica Sociale e morì da eroe. Intervista a sua nipote Antonietta

Nei pressi dell’Anfiteatro maggiore di Pozzuoli, al centro della Piazza del Ricordo (ex-Largo Palazzine), si trova incastonata in un cippo calcareo un’epigrafe dedicata a un caduto della Seconda Guerra Mondiale, il tenente pilota Antonio Pesce, sconosciuto ai più. Sulla targa marmorea, sormontata da un’aquila, si legge:

TENENTE PILOTA
ANTONIO PESCE
PUTEOLANO
CHE COSCIENTEMENTE
IMMOLÒ
LA PROPRIA VITA PER
DIFENDERE IL PROPRIO
REPARTO IN ARMI.
FEBBRAIO 1944

Pochi sanno che il tenente Pesce fece parte dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana (ANR), l’aeronautica militare della Repubblica Sociale Italiana (RSI) ossia del regime costituito da Mussolini dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Non è frequente trovare monumenti dedicati a fascisti repubblicani, su cui comprensibilmente si abbatté la damnatio memoriae dei vincitori. In effetti, anche a Pozzuoli la messa in posa della targa, alla metà degli anni Novanta, sollevò perplessità e polemiche: ci si chiese se fosse giusto o meno commemorare un pilota che era morto combattendo al fianco dei tedeschi, contro le forze alleate e i partigiani. Poi però prevalse la convinzione che la morte di quel giovane avesse avuto un carattere eroico, degno di essere consegnato alla memoria dei puteolani.

Nell’estate del 1943, dopo la caduta del Fascismo e lo sbarco delle truppe alleate in Sicilia, una parte delle forze armate italiane aveva risposto all’appello del maresciallo Badoglio di continuare la guerra al fianco delle truppe angloamericane, un’altra invece aveva aderito alla neonata RSI con capitale Salò. Antonio Pesce era entrato nel 1° Gruppo Caccia Terrestre dell’ANR, che operava nella zona di Udine. Il 22 febbraio 1944, il venticinquenne pilota puteolano si alzò in volo con il suo C.205 Macchi e per ore tenne impegnato uno stormo di cacciabombardieri americani, pronti a sganciare una pioggia di bombe sull’aeroporto di Campoformido. Da solo, riuscì a mandare a monte l’operazione, ma questo gli costò la vita: colpito da più lati, il suo velivolo fu letteralmente dilaniato. Quel sacrificio, compiuto a soli 25 anni, valse a salvare la vita ai suoi commilitoni e ai civili abitanti in zona.

Per cercare di sapere di più di Antonio Pesce e della sua famiglia, intervistiamo Antonietta, figlia di un fratello del tenente pilota, che con garbo e fierezza accetta di rievocare la figura dello zio, conosciuta soprattutto attraverso i racconti di suo padre Armando.

Che origine ha la famiglia Pesce?

Abbiamo origini puteolane. Mio nonno Angelo, padre di Antonio, partì per la Prima Guerra Mondiale lasciando a casa la moglie e un figlio, Oreste. Invece Antonio nacque dopo che mio nonno era tornato a Pozzuoli in licenza dal servizio militare. Mia nonna viveva in campagna e coltivava una terra appena presa in fitto. Così – spiegava lei – il primogenito Oreste era venuto su piccoletto, perché la campagna non dava ancora molti frutti. Poi le cose erano migliorate e Antonio, il secondo figlio, era invece cresciuto alto e forte. In tutto, i nonni ebbero 13 figli ma ne sopravvissero 9, di cui 6 maschi e 3 femmine. Nello stesso anno in cui morì Antonio, persero la vita anche Vittorio, di 10 anni, per una meningite, e Maria, insegnante di scuola elementare di 21 anni, per una broncopolmonite.

Dunque il 1944 fu un anno funesto per la vostra famiglia.

Mia nonna mi diceva sempre di essere allora rimasta senza capelli in testa, perché per la disperazione se li era strappati tutti, e inoltre di essere dimagrita a tal punto che il marito era costretto a imboccarla. Ma la notizia della morte di Antonio la ricevette mio padre Armando: lesse per primo la lettera che comunicava la tragica fine di mio zio, avvenuta nei pressi di Udine. Spesso mi ha raccontato che in quel momento stava mangiando un gelato. Il colpo fu talmente duro che fino alla morte non ha mai più mangiato gelati.

Il tenente pilota Antonio Pesce

Come è stata vissuta in famiglia la storia di Antonio? Ne parlavate spesso?

Era un argomento di cui si parlava tanto, perché i genitori non si sono mai rassegnati a questa perdita, per cui mantenevano la memoria di Antonio attraverso il racconto. Mio padre mi diceva “Antonietta, tu devi sempre custodire questi ricordi”. Sia quando riceveva un amico a casa, sia quando presentava la famiglia a un estraneo, faceva riferimento ad Antonio, lo includeva sempre. Lo stesso mio nome, Antonietta, è legato a lui.

Ma il fatto che Antonio Pesce fosse morto per la Repubblica Sociale è stato per voi motivo di imbarazzo?

No, mai. In famiglia si guardava alla persona, prima che al militare, e alla sua coerenza di uomo. Molti commilitoni erano scappati dal reparto, mentre lui era rimasto, proprio per essere coerente con le sue idee, il suo credo e la disciplina militare a cui era abituato. Perciò non era una storia da tenere nascosta. In famiglia non si sono mai fatti discorsi ideologici, mentre abbiamo avuto sempre ben chiaro il senso dello Stato, delle istituzioni e del dovere.

Esisteva in famiglia una tradizione di militari e aviatori?

No, in famiglia intrapresero questa strada solo Antonio e il primogenito Oreste, capitano dell’Aeronautica, che però dopo la morte del fratello decise di ritirarsi. Si sposò, si laureò in giurisprudenza ed ebbe due figlie. Non se la sentì più di continuare la carriera militare.

Racconta un episodio curioso della vita familiare di Antonio Pesce.

Un giorno zio Antonio diede del ‘tu’ al padre, cosa che all’epoca non si faceva, perché ci si rivolgeva al genitore col ‘voi’. Mio nonno si chiuse nella sua camera disperato e alla moglie che gli chiedeva cosa fosse successo rispose: “Tanta educazione gli abbiamo dato per essere poi chiamati con il ‘tu’! E proprio dal figlio che io credevo essere il più acculturato!”. Mia nonna convocò il figlio: “Anniniello (così lo chiamava), che cosa hai fatto? Hai dato del ‘tu’ a tuo padre?”. Allora Antonio corse dal genitore, lo abbracciò e gli disse: “Papà è finito il tempo del ‘voi’, io ti do del ‘tu’ perché ti voglio ancora più bene di prima e desidero annullare le distanze”. Da allora il nonno diede il consenso anche agli altri figli di rivolgersi a lui col ‘tu’.

Quando è stata apposta la lapide commemorativa? Avete incontrato ostacoli?

La cosa avvenne su iniziativa di mio padre, all’epoca dell’amministrazione Mobilio. So che tra i politici alcuni polemizzarono sull’appartenenza di Antonio Pesce alla RSI, ma poi si convinsero del fatto che avesse agito in modo eroico al solo scopo di difendere altri dai bombardamenti. All’inaugurazione della lapide nel settembre 1995 presero comunque parte sia generali dell’Aeronautica sia il Sindaco, sicché mio padre riuscì nell’intento di commemorare degnamente il fratello. La lapide è stata posta dove c’era il palazzo in cui abitavano i nonni.

Ciò che forse più colpisce nel racconto di Antonietta Pesce è la pressoché totale assenza di riferimenti a categorie ideologiche, su cui invece prevale il sentimento di umana pietà e ammirazione per una persona che visse e morì coerentemente con i suoi ideali. Anche quanti (come chi scrive) hanno un’incrollabile fede antifascista non possono fare a meno di ammirare il coraggio, la generosità e il senso del dovere dimostrati da quel giovane pilota, che con folle consapevolezza si immolò per difendere il suo campo-base. La storia di Antonio Pesce dimostra quanto sia difficile giudicare la vita, i gesti e le scelte di un uomo semplicemente in base al verdetto che la Storia ha emesso sulla sua ideologia o parte politica. Forse è proprio questo il senso più profondo della lapide che si trova in Piazza del Ricordo.

Maurizio Erto
Maurizio Erto
Dottore di ricerca in “Filologia Classica” presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, insegna lettere al Liceo Scientifico “Ettore Majorana” di Pozzuoli. Sui Campi Flegrei ha pubblicato il libro “Pozzuoli 1860-1863. Storie e controstorie del Risorgimento nei Campi Flegrei” (D'Amico Editore, 2017) e due articoli per la rivista «Bruniana & Campanelliana. Ricerche filosofiche e materiali storico-testuali»: “Le osservazioni del giovane Campanella sul vulcanismo dei Campi Flegrei” (XXII/1, 2016); “Giocare col fuoco nel Seicento. Esperimenti e osservazioni naturalistiche nella Solfatara di Pozzuoli” (XXIII/2, 2017). Inoltre, ha curato l'edizione dell'operetta di Vitangelo Morea "Una giornata di divertimento da Napoli a Pozzuoli per Succavo (1833)", pubblicata sempre da D’Amico Editore (2018).

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