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La cultura del mare a Pozzuoli: pescatori, pescivendoli, cozzicari (parte IV). Storia tragicomica del pescatore puteolano che sopravvisse ai campi di concentramento

Sembra il copione di un film neorealista in bianco e nero, girato poco dopo la fine del Secondo Conflitto Mondiale. E invece si tratta di una storia vera e documentata, che ha per protagonista Procolo Maddaluno, pescatore e sommergibilista puteolano arrestato dai tedeschi nell’autunno del 1943, caricato su un treno con altri soldati italiani e spedito in un campo di concentramento in Polonia, da cui non avrebbe dovuto fare mai più ritorno. Per fortuna le cose andarono diversamente, come raccontano sua figlia, Giuseppina Maddaluno, e suo nipote, Francesco Coppola, che avevamo intervistato nelle scorse settimane.

Procolo era nato nel giugno del 1919 e fin da ragazzino aveva intrapreso l’attività di pescatore, apprendendo dal padre Vincenzo i segreti del mestiere. Erano anni difficili per l’economia locale, condizionata dalla lunga depressione postbellica, che Procolo visse tra le strade della natìa Pozzuoli, le acque luccicanti del golfo, le reti, le barche. Ma di nuovo la guerra incombeva sul destino dell’Italia: è storia nota che la mattina del 10 giugno del 1940 il ministro degli Esteri italiano, Galeazzo Ciano, convocò i due ambasciatori di Francia e Inghilterra per trasmettere loro la dichiarazione di guerra; nel pomeriggio, col famoso discorso pronunciato alla folla radunata in Piazza Venezia, il Duce chiamò alla mobilitazione i “combattenti di terra, di mare, dell’aria”.

Anche sotto le armi a Procolo Maddaluno era toccato il mare, come un destino ineluttabile. Nel 1939 aveva infatti ricevuto la chiamata nel Corpo Reale degli Equipaggi Marittimi e ben presto era entrato nel personale imbarcato sui sommergibili, di cui tre anni più tardi fu autorizzato a fregiarsi del distintivo d’onore. Durante il Conflitto prestò servizio sullo “Zaffiro”, che fu impegnato in oltre 20 missioni nel Mediterraneo. Ma l’8 giugno del 1942 il sommergibile, al comando del tenente di vascello Carlo Mottura, uscì dal porto di Cagliari per raggiungere il settore d’agguato a 50 miglia a sud delle Isole Baleari, dove l’indomani fu intercettato e attaccato da un idrovolante inglese, il “Catilina”, colando a picco in mare aperto. Dei 49 membri dell’equipaggio non vi furono superstiti.

A quell’appuntamento con la morte sarebbe dovuto andare anche Procolo. Caso volle invece che nei giorni precedenti avesse avuto un forte attacco di congiuntivite e perciò fosse stato messo in congedo temporaneo. Il problema agli occhi gli salvò la vita: al suo posto, infatti, morì un amico, Antonio Pacifico, originario di Mondragone, che si era imbarcato proprio per sostituirlo. Come ricorda Francesco, nipote di Procolo, ogni anno a Natale il nonno raccontava quella storia e piangeva come un bambino per il senso di colpa che ancora portava dentro di sé. Curiosamente, anche il timoniere del sommergibile “Zaffiro”, Alfonsi Gelso, scampò alla tragedia perché costretto a letto da una ferita che si era procurato con una caduta dalla bicicletta. Un altro scherzo del destino.

L’anno seguente, però, Procolo Maddaluno pagò a caro prezzo la fortuna di essere rimasto in vita. Nell’ottobre del 1943, fu infatti fermato da una vedetta tedesca mentre si trovava a bordo di una lampara nel tratto di mare tra Nisida e il canale di Procida. Insieme a Biagio D’Isanto e un altro loro compagno, venne arrestato, caricato su un treno e condotto prima a Bologna, poi in Germania, infine in un campo di concentramento in Polonia. Anche in quell’occasione Procolo si sarebbe dovuto trovare altrove, in servizio a Napoli, che era da un anno la sua sede di assegnazione. Invece l’amore per la famiglia (sua figlia Giuseppina aveva pochi mesi) e la voglia di uscire in mare a pescare lo avevano tradito, spingendolo a prolungare oltre il dovuto la sua sosta a Pozzuoli. Si può facilmente immaginare il trattamento riservato dai tedeschi ai marinai italiani detenuti, che dopo l’armistizio firmato dal maresciallo Badoglio erano di fatto considerati traditori dell’Asse. Per alcuni mesi, Procolo poté scrivere di tanto in tanto alla famiglia due parole: “Sto bene”. Poi nessun messaggio più. Così amici e parenti si rassegnarono all’idea che fosse morto di stenti insieme ai suoi compagni. Invece i tre sventurati sopravvissero alle atroci sofferenze della prigionia, furono liberati e riuscirono a guadagnare la via del ritorno per riabbracciare i loro cari. A Pozzuoli fu festa grande.

Negli anni del Dopoguerra, il desiderio di lasciarsi alle spalle i brutti ricordi delle vicende belliche fu almeno pari alla curiosità di conoscere la sorte di amici e commilitoni. Di alcuni Procolo non aveva più notizia, di molti sapeva che erano morti in combattimento o in prigionia, di altri ancora poteva solo ipotizzare la scomparsa. Tra questi vi era anche uno dei suoi superiori, a cui era molto affezionato, Virgilio Spigai (1907-1976), capitano di fregata del sommergibile “Ametista”, che con lo “Zaffiro” faceva parte della 52a squadriglia. Tra la fine di settembre e la metà di novembre del 1943 si era distinto al comando dell’artiglieria della Regia Marina nell’isola greca di Lero, dove anche dopo la capitolazione di Rodi la guarnigione italiana aveva opposto una strenua resistenza ai tedeschi. Ma il 17 settembre la Wehrmacht aveva preso il controllo dell’Isola e Spigai era stato fatto prigioniero insieme agli oltre 5000 soldati italiani, avendo coraggiosamente rifiutato l’offerta inglese di indossare un’uniforme britannica per fuggire. Venne deportato in Germania. Come lui stesso scriverà in un libro di memorie (di recente ristampa), “i tedeschi fecero quanto era loro possibile per dimostrare che la civiltà umana era letteralmente scomparsa. Gli italiani furono destinati a raggiungere in condizioni pressoché inumane i campi di prigionia in Germania” (Lero, Società Editrice Tirreno, Livorno, 1949; rist. In Edibus, Vicenza, 2017). Procolo Maddaluno non sapeva che nel settembre del 1945 Spigai era ritornato sano e salvo dalla prigionia, così aveva continuato a crederlo morto.

La vicenda ha un epilogo quasi comico. Siamo alla fine degli anni Sessanta, un giorno Procolo sta guardando la televisione, quando a un tratto riconosce Spigai nello schermo – “Uh! Ma chill’ è ‘u comandante mio!“.  Non solo era vivo, ma nel frattempo (dal settembre del 1968) era diventato capo di Stato Maggiore della Marina, un personaggio importante. Stupore, commozione e felicità furono tali da indurlo a recarsi a Roma insieme a un amico per cercare di incontrarlo. Naturalmente, quando si presentò al corpo di guardia del Quirinale per chiedere di essere ricevuto quasi lo presero per pazzo, ma lui insistette, consegnò foto e documenti personali. Tanto fece che raggiunse lo scopo: l’Ammiraglio lo riconobbe, meravigliandosi che non fosse finito come gli altri marinai dello “Zaffiro”, e ordinò alle guardie non solo di farlo entrare, ma di mettersi sugli attenti e rivolgere il saluto militare a un soldato degno di ogni onore. I due si ritrovarono dopo che per anni si erano persi e dati per morti. Nessuno sa quello che si dissero, ma certamente dovettero ricordare gli anni trascorsi in Marina, le ultime vicende della guerra, le sofferenze patite durante la prigionia.

Dopo quell’incontro, Procolo ricevette una sorta di lasciapassare scritto che gli consentiva in ogni momento di recarsi in Quirinale per essere ricevuto. Inoltre, l’Ammiraglio si adoperò sempre per ricambiare l’affetto dimostratogli da quel “suo” bravo marinaio, i cui parenti e amici ebbero il privilegio di svolgere il servizio militare vicino casa. Esagerando un po’, Francesco, il nipote di Procolo, racconta che “da quel momento a Pozzuoli nessuno più faceva veramente il militare”.

Nel 1971, il Ministero della Difesa ha riconosciuto a Procolo Maddaluno, pescatore puteolano e sommergibilista della Regia Marina Italiana, la Croce al Merito di Guerra.

Maurizio Erto
Maurizio Erto
Dottore di ricerca in “Filologia Classica” presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, insegna lettere al Liceo Scientifico “Ettore Majorana” di Pozzuoli. Sui Campi Flegrei ha pubblicato il libro “Pozzuoli 1860-1863. Storie e controstorie del Risorgimento nei Campi Flegrei” (D'Amico Editore, 2017) e due articoli per la rivista «Bruniana & Campanelliana. Ricerche filosofiche e materiali storico-testuali»: “Le osservazioni del giovane Campanella sul vulcanismo dei Campi Flegrei” (XXII/1, 2016); “Giocare col fuoco nel Seicento. Esperimenti e osservazioni naturalistiche nella Solfatara di Pozzuoli” (XXIII/2, 2017). Inoltre, ha curato l'edizione dell'operetta di Vitangelo Morea "Una giornata di divertimento da Napoli a Pozzuoli per Succavo (1833)", pubblicata sempre da D’Amico Editore (2018).

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