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Ave Caesar, morituri te salutant

I Gladiatori tornano a Cuma.

Nell’ambito del maggio dei monumenti 2018 promosso dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei, lo scorso weekend a Cuma sono ritornati i Gladiatori. Per due giorni l’anfiteatro dell’antica città ha visto nuovamente un duello tra quelli che erano considerati delle vere star nel mondo romano.

Grazie al Gruppo Archeologico Kyme, in collaborazione con la Reenactment Society, sabato 26 e domenica 27 maggio, lo spicchio di anfiteatro romano oggi visibile (perché solo in parte riportato alla luce in anni recenti) si è animato di pubblico che dall’anello superiore della summa cavea ha assistito ad un duello tra gladiatori, proprio come succedeva in antico.

“Siamo fieri di aver riportato i gladiatori nell’Anfiteatro di Cuma”, afferma la presidente del GAKYME, che aggiunge “abbiamo scommesso in un evento di valorizzazione perfettamente calato nel contesto archeologico che lo ha ospitato.

Questa sono state le prove generali di un evento che vorremmo realizzare in maniera stabile in questo luogo con l’aiuto della direzione del Parco Archeologico dei Campi Flegrei che dovrà necessariamente migliorare alcuni aspetti di questo sito per garantirne una migliore fruizione”.

 

Munera e venationes.

Gli spettacoli nell’antica Roma erano numerosi, aperti a tutti i cittadini ed in genere gratuiti.

Spettacoli ereditati dagli Etruschi e dai Campani. Duelli tra gladiatori e cacce ad animali feroci,  nei primi tempi della loro storia i romani utilizzavano questi giochi per onorare i defunti.

Ben presto. per la grande affluenza di pubblico, verso la fine del I sec. a.C., le munera e le venationes raggiiunsero ruolo importante nelle regioni più prospere d’Italia,.

I Romani prediligevano i combattimenti dei gladiatori e quelli con bestie feroci (venationes), ma molto apprezzate erano anche le riproduzioni di battaglie navali (naumachia) e le corse con i carri.

I primi anfiteatri furono costruiti a Capua, Cuma e Liternum verso la fine  II secolo a.C.

Mosaico del I secolo rinvenuto a Leptis Magna (città fenicia dell’attuale Libia).

In alcune tombe di Paestum, Albanella, Altavilla e di Capua e su alcuni vasi decorati sono state rinvenute alcune raffigurazioni di combattimenti gladiatori datati al VI sec. a.C.

Lo storico Tito Livio attribuisce i primi giochi ai Campani nel 310 a .C., d’altronde una delle scuole gladiatorie più celebri dell’antichità aveva sede proprio a Capua.

I gladiatori, dalla spada romana “gladius”, erano per lo più prigionieri di guerra, schiavi o condannati a
morte. A volte anche uomini liberi attratti dalle ricompense e dalla gloria partecipavano agli spettacoli,, ma, comunque, per legge chiunque scegliesse di diventare gladiatore era considerato “infamis”.

A Roma furono fondate scuole gladiatorie da Nerone e Cesare.

I lottatori seguivano un duro addestramento, erano sottoposti a torture e subivano l’uso reiterato di punizioni corporali, con il fuoco e la frusta.

La dura disciplina mirava a far diventare i gladiatori delle vere e proprie macchine da combattimento.

Rilievi gladiatori, Napoli, Museo Archeologico Nazionale da Pompei (20-50 d.C.).

I gladiatori erano raggruppati in “compagnie” di proprietà esclusiva dell’imperatore.

Gli spettacoli iniziavano con una parata di gladiatori che entravano in scena su carri o a piedi, seguiti da suonatori. Giunti sotto la tribuna dell’imperatore, lo salutavano con le parole “Ave Caesar, morituri te salutant “ (“Ave  Cesare, coloro che si apprestano a morire ti salutano”), poi iniziavano i combattimenti.

I vincitori erano premiati con palme d’oro, denaro e, vista la popolarità conseguita, donne.

Se il gladiatore era uno schiavo, dopo dieci vittorie gli era resa la libertà.

Tali spettacoli erano diventati popolari che furono utilizzati anche come strumento di potere sul popolo romano. Infatti, l’espressione del poeta latino Giovenale “« […] [populus] duas tantum res anxius optat panem et circenses »” ([…] il popolo] due sole cose ansiosamente desidera: pane e giochi circensi) era una considerazione sull’uso di offrire grano e spettacoli al popolo per far cessare i malumori delle masse per assicurarsene il consenso e le simpatie elettorali.

Anfiteatro di Cuma

Nel 1979 è stato riportato alla luce buona parte dell’anfiteatro di Cuma. La struttura realizzata sfruttando la naturale pendenza della collina di Monte Grillo segue l’orientato nord/est-sud/ovest, con l’ingresso principale posto sul versante settentrionale.
La parte interna è occupata da colture disposte in terrazzamenti. La cavea doveva essere scavata nel terreno e (forse) sostenuta da una struttura sottostante in muratura. Lo stato del monumento impedisce di descrivere l’esatto aspetto delle gradinate, di cui sono state tuttavia rinvenute in un settore, le basi in muratura. Sono parzialmente visibili solo i muri perimetrali del monumento.
La campagna di scavi del 1990 ha permesso di fissare la presunta data di fondazione tra la fine del II secolo e l’inizio del I secolo a.C.

 

Anna Abbate
Anna Abbate
Archeologa, consulente informatica e web design freelance. Nata a Napoli, si occupa dal 1971 di Information Tecnology dopo essersi formata alla IBM come Analista Programmatore. Dopo una vita vissuta nel futuro ha conseguito la Laurea Magistrale in Archeologia presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa”. Divide il suo tempo tra la passione per l’informatica e la ricerca storica. Con alcuni amici archeologi ed antropologi ha fondato nel 2011 il “Gruppo Archeologico Kyme”, associazione di promozione sociale, della quale attualmente è presidente, organizzando giornate di valorizzazione e promozione del patrimonio storico-archeologico e delle tradizioni dedicate soprattutto alle scuole. Si occupa, in particolare di Napoli e del territorio flegreo. Ha pubblicato il libro "Da Apicio... a Scapece (Valtrend Editore, 2017)

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